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Direttore responsabile: Dr. Dario de Judicibus - ISSN 1824-8950


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venerdì, 22 febbraio 2008

Ragionando sull'aborto

Si parla molto d'aborto in questi giorni e ognuno si affanna da una parte a portare argomentazioni a supporto della propria posizione, qualunque essa sia, dall'altra ad attaccare quelle degli avversari spesso arrivando anche ad usare parole molto dure, ovvero a criminalizzare l'opinione altrui.

Ci sono sostanzialmente due posizioni: una che vede l'aborto come un diritto della donna alla quale e solo alla quale spetta decidere, l'altra che vede il diritto alla vita del nascituro una prerogativa assoluta e inviolabile. Pochi, ma molto pochi, sia uomini che donne, timidamente fanno notare che in questo scenario esiste un terzo attore, per lo più ignorato, che è il futuro padre, che sembra non avere diritto alcuno nella questione.

Ma come stanno effettivamente le cose? Chi ha ragione e chi torto?

Chi non ha ancora una posizione, o perché non legato a un discorso ideologico, sia esso laico o religioso, o perché possiede un forte spirito critico e una certa prudenza intellettuale che lo portano a cercare di capire bene il problema prima di assumerne una, in effetti si pone questa domanda. Ma è la domanda giusta?

Ricapitoliamo lo scenario. Ci sono tre attori: la futura madre, il futuro padre, il futuro figlio. Tutti futuri potenziali, ovviamente, data la tematica. Quali sono i loro diritti? Domanda difficile, anche perché il concetto stesso di diritto è tutto da definire. Quando qualcosa è un diritto e quando no? È un diritto avere un lavoro? In Italia sì, almeno formalmente; negli Stati Uniti e in altri Paesi no. È un diritto avere una casa? E un automobile? E un televisore al plasma da 42 pollici? A questo punto qualcuno obbietterà che la questione è piuttosto facile da stabilire. È evidente che quello di avere un televisore non è un diritto. Eppure quelli che oggi noi consideriamo diritti non lo erano affatto fino a qualche decina di anni fa. Non certo la casa né il lavoro, e se andiamo indietro nel tempo, quando la schiavitù era una realtà accettata — e non sto parlando né dell'epoca dei Romani né del Medioevo, ma del XIX secolo negli Stati Uniti, a Cuba, in Brasile, per nominare alcuni dei Paesi che hanno ufficialmente abolito la schiavitù solo verso la fine dell'Ottocento — neanche la libertà.

Certo, ma adesso le cose sono diverse: siamo civili! Nessuno metterebbe in dubbio che la libertà di opinione, ad esempio, sia un diritto fondamentale. Adesso non è difficile capire se qualcosa è un diritto o no! ...o no? Già, facciamo un esempio: quello di poter morire è un diritto o no? Che mi risulti sono ben pochi i Paesi oggi in cui un individuo possa decidere liberamente di lasciare questa vita. E non sto parlando di eutanasia, ma del semplice diritto di disporre della propria vita. Eppure in molte culture era una realtà accettata; ad esempio fra i nativi americani l'anziano che riteneva di aver compiuto il suo cammino in questa vita, ne usciva con dignità scegliendo il momento della propria dipartita. Questo comportamento era, in quella cultura, un segno di saggezza e maturità, non certo un crimine condannabile.

Ecco allora che affermare che oggi sia facile stabilire se un atto di una certa rilevanza sia effettivamente un diritto o meno non è più ovvio di quanto lo fosse dieci, cento o mille anni fa. Semplicemente non esiste un criterio univoco per stabilire se un diritto è davvero tale o no. Ma le argomentazioni, le logiche, i razionali che vengono portati a sostegno delle varie opinioni, non servono a nulla? In effetti molte argomentazioni sono assolutamente logiche e condivisibili, ma a una condizione, ovvero che si accettino determinati assunti. Il problema è tutto lì. La posizione della Chiesa Cattolica, per esempio, è assolutamente logica e coerente, ma lo è a partire da una serie di principi che sono appunto quelli della religione che rappresenta. Se anche uno solo di questi principi non viene condiviso, ci sono buone possibilità che non se ne condividano neppure le conclusioni.

Ma quali sono questi presunti diritti?

Iniziamo dalle donne. A partorire è la donna, e su questo ci son ben pochi dubbi. Sembrerebbe quindi logico debba spettare a lei e solo a lei decidere se farlo o meno. Al di là dei dettagli tecnici, quali il numero di settimane o i possibili rischi per la gestante, la questione da porsi è: ha diritto la donna di scegliere se o meno partorire? Si dice che il diritto dell'uno finisca dove inizia quello dell'altro, ma perché questa frase abbia un senso dobbiamo essere tutti d'accordo quali siano i diritti dell'uno e quelli dell'altro. Ma chi sono l'uno e l'altro? Come ho detto ci sono tre attori. Quello sicuramente più coinvolto è il potenziale bambino. La domanda è quindi: quali sono i diritti del feto? È evidente che se si considera il feto un essere umano, pensare che la madre, pur essendo ad esso ancora collegata sia fisicamente che psicologicamente, possa decidere della sua vita, contrasta con tutto quello in cui crediamo. Era nella cultura medioevale, in alcune società persino Ottocentesca, pensare che un genitore potesse avere diritto di vita e di morte sui figli. È tuttora cultura di alcune frange integraliste islamiche pensarlo, ma la nostra società rifiuta questo concetto. Un bambino non è una proprietà dei genitori. D'altra parte, se il feto non è ancora considerato un essere umano il discorso cambia. La decisione della donna di abortire non dovrebbe essere considerata meno etica di quella di farsi operare di appendicite, dato che si considera il feto ancora una parte del corpo femminile.

Di nuovo, quindi, è una questione di assunti. A seconda di quello che si sceglie, cambiano le conclusioni. Scelto l'assunto, la conclusione è logica e inconfutabile. Lo stesso dicasi per il terzo attore. Se riteniamo che il contributo genetico fornito dal potenziale genitore di sesso maschile sia l'unico legame fra il futuro padre e il figlio, allora è abbastanza evidente come non possa essere messo sullo stesso piano del sostenere una gravidanza all'interno del proprio corpo. Deve quindi essere solo la donna a decidere. Ma se la sfera psicologica, ovvero il legame affettivo che indubbiamente si stabilisce in molti genitori quando il bambino non è ancora nato, abbia una sua rilevanza che non può essere ignorata, escludere l'uomo da una scelta di questo tipo può essere lacerante. Dal punto di vista del padre, l'aborto deciso univocamente può comportare un dolore non molto differente da quello della morte prematura di un nascituro, ovvero di un figlio. Ha diritto la potenziale madre di generare una tale sofferenza? Chiunque abbia sofferto la perdita di un figlio, piccolo o grande che fosse, sa quanto possa essere straziante, e il fatto che il bambino non sia ancora nato non ha una poi così grande rilevanza. È soprattutto una questione di sensibilità personale. In fondo, la presunta forza, insensibilità dei maschi davanti a sentimenti ed emozioni storicamente considerate femminili, è appunto solo il risultato di quella stessa mentalità maschilista che ha per secoli oppresso le donne. Un uomo può soffrire per la morte di un figlio quanto una donna, specialmente se quella morte può far prospettare la possibilità di non avere in futuro un'altra opportunità di diventare genitore, cosa sempre più vera dato che molti ormai rimandano tale scelta in età molto matura.

E così siamo al punto di partenza. Non abbiamo una risposta; io, almeno, non ce l'ho. Ho però una domanda, che non è più chi abbia ragione e chi torto, ma quali debbono essere i criteri per decidere su quali assunti basare il nostro ragionamento. In effetti due sono i punti critici. Il primo è se il feto sia un essere umano, ovvero abbia diritto alla vita come qualsiasi essere umano. Questo punto decide se è giusto abortire o meno, ad esempio, quando il feto è ben formato e non presenta problemi medici o possa comportare danni fisici di alcun genere alla gestante. Il secondo è se la sfera psicologica sia rilevante o meno. Se è così, allora l'uomo ha il diritto di condividere una scelta così difficile con la donna, altrimenti non ce l'ha, e questo perché rispettare la sfera psicologica e la dignità della persona non può valere solo per una e non per l'altro, dato che l'essere genitori non è una questione di procreazione fisica, ma di scelta e di impegno personale. Non è il parto che fa di una donna una madre più di quanto la fecondazione non faccia dell'uomo un padre.

Così, alla fine di questo articolo, se mi doveste chiedere se sono favorevole o meno all'aborto, escluse le situazioni più estreme, quali possibili problemi fisici per la gestante, ovviamente, non saprei cosa rispondere. Ma una conclusione l'ho raggiunta: qualunque scelta si faccia, probabilmente si rispetterà il desiderio di vedersi riconoscere un diritto da parte di uno dei tre attori per negare altrettanto desiderio da parte degli altri due. Alla fine, credo, qualsiasi scelta incondizionata finirà per essere una vittoria di Pirro. Forse l'unica vera scelta sarebbe andare alla radice, ovvero cercare di capire come prevenire l'aborto, favorendo una maggiore attenzione alla contraccezione, ovvero separando senza ipocrisie e falsi pudori il desiderio di fare sesso da quello di essere genitori e, possibilmente, quello di essere genitori solo per soddisfare un proprio egoismo, da quello di esserlo per generare una nuova vita e guidarla verso la maturità. Certo, anche in questo caso si scatenerebbero le polemiche, ma forse si causerebbero meno sofferenze e lacerazioni in chi poi determinate scelte le vive sulla propria pelle, perché alla fine i diritti sono importanti, ma non dimentichiamoci che il primo e più importante diritto di ogni essere umano è la sua dignità.

Pubblicato da: dejudicibus alle 18:39

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Rubriche: cultura, societa, famiglia, diritti, aborto, ita


Commenti
#1   22 Febbraio 2008 - 23:50
 
Può succedere di avere una gravidanza indesiderata anche se, al giorno d'oggi, secondo me è molto difficile tra pillole, diaframmi, spirali, anelli e preservativi. Ma l'informazione oggi come oggi manca e di questo dobbiamo dire grazie al Vaticano.
utente anonimo

#2   23 Febbraio 2008 - 00:06
 
Scusa... non avevo finito. Dicevo.. Sebbene sia difficile, può accadere e non penso sia giusto obbligare una donna a fare qualcosa che non si sente di fare. E un figlio, non è un soprammobile o qualcosa di cui poi ti scordi. Ma se non vuoi portare avanti la gravidanza, lo fai SUBITO. La gravidanza la accerti alla quarta/Quinta settimana. Quando è un fagiolino e non un bambino ben formato come dici tu. Quelli sono i casi in cui il bambino è abbastanza grande per diagnosticare eventuali malattie/malformazioni. E anche qui, non vedo come una donna possa essere obbligata a mettere al mondo un bambino magari senza cervello o con lesioni gravissime, destinato a morire presto.

Per quanto riguarda il padre... beh, si presume che una coppia, in quanto tale, abbia una visione comune di certe cose. Non concepisco come possa esistere una coppia in cui la donna vuole abortire un feto malato ed un uomo assolutamente non voglia che lei abortisca. Sono visioni completamente diverse, incompatibili. Non parlo di mio figlio perchè c'é, è sano, indietro non si torna. Ma se domani restassi incinta e scoprissi che il feto è gravemente malato, so che Alessandro sarebbe con me e non porteremmo avanti la gravidanza. Di contro, se arrivasse una gravidanza inattesa, so che lui non sarebbe d'accordo ad abortire ed io stessa farei i salti mortali pur di riuscire ad organizzarmi e accogliere il nuovo arrivato. La pensiamo allo stesso modo, ecco. Quindi anche se l'aborto lo subirei io, sarebbe una cosa fatta insieme, lui non sarebbe passivo. Credo sia essenziale in una coppia. Quando il padre "subisce" l'aborto vuol dire che non c'era una coppia ma due persone che hanno fatto sesso. E' un'altra cosa. Ma anche qui... va benissimo che due persone facciano sesso se vogliono ma devono essere responsabili ognuna per se stesso/a e quindi non delegare all'altro/a la protezione. Avevo un grande Amore, anni fa. Lui usava il preservativo senza sapere che io prendevo comunque la pillola! Ed io non glie l'ho mai detto, lui non me l'ha mai chiesto. Io ho sempre pensato che fosse un segno di grande rispetto. Avevo 19 anni, ero una ragazzina ma sono sempre stata responsabile da questo punto di vista ma ho anche sempre pensato che quella fosse la normalità. Per me lo era e lo è tutt'ora.

La questione dell'aborto è una questione politica/religiosa e di costume. Culturale. E purtroppo il nostro livello culturale, in Italia, sta drammaticamente deteriorandosi.
utente anonimo

#3   23 Febbraio 2008 - 09:09
 
In effetti, finché mi parli della quarta, quinta settimana, sono d'accordo con te. Tutto sommato, se alla contraccezioni aggiungessimo anche la cosiddetta «pillola del giorno dopo», persino questi casi diventerebbero più rari. Insomma, l'aborto si potrebbe evitare semplicemente anticipando il più possibile la scelta di non avere figli.
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#4   23 Febbraio 2008 - 09:15
 
Sul feto malformato, condivido in pieno. Purtroppo ci sono stati casi in cui la donna ha cambiato idea su un figlio perfettamente sano e ha abortito senza dire nulla al padre. C'è stato un caso recentissimo in cui questo ha comportato la separazione, ma il tribunale ha dato ragione alla donna affermando che la legge stabilisce che solo lei aveva il diritto di scegliere. Fosse successo a me avrei mandato al diavolo il giudice e la legge italiana e mi sarei trasferito in un Paese più civile. Cosa che non è detto che non farò prima o poi, perché da come si stanno mettendo le cose restare in Italia vuol dire solo assistere all'agonia di un Paese. Purtroppo buona parte degli italiani non se ne rende conto e continua a illudersi che questo sia il Paese più bello del mondo, ma chi come me viaggia molto e vede le cose dall'esterno, vede solo un'antica cultura spegnersi lentamente ricordando i fasti del passato ma senza sogni e speranze per il futuro.
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