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Nel suo articolo Classificare i blog: continua la discussione, Mauro Lupi, giustamente si pone un problema: prima di decidere come valutare un blog, ci dovremmo chiedere perché farlo, cioé, a quale scopo cercare di trovare un criterio di classificazione all'interno della blogsfera? Mauro in effetti si chiede:
Serve davvero una classifica che tenti di indicare i blog migliori? A parte la totale soggettività del termine migliore, pur declinato in vari modi (i più affidabili, i più considerati, i più autorevoli, ecc.), resta da capire a chi servirebbe una lista del genere (a parte ovviamente l'ego degli inclusi e degli esclusi).
Credo dovremmo iniziare proprio da qui. Innanzi tutto, quando parliamo di classifica, ci riferiamo in effetti a una semplice valutazione della qualità del blog, o più precisamente dei suoi contenuti. Credo infatti si possa essere tutti d'accordo che mentre in altre tipologie di siti l'aspetto esteriore e la navigabilità siano elementi essenziali alla valutazione complessiva dell'opera, nel caso dei blog quello che veramente conta è il contenuto, siano essi articoli, opinioni, recensioni o elementi multimediali come foto e, perché no, un giorno anche brani musicali originali.
Per classificazione, quindi, intendiamo quello che gli anglosassoni chiamano rating, piuttosto che la creazione di una tassonomia basata sul contenuto. In realtà — ma qui sto precorrendo i tempi — prima o poi il problema della tassonomia andrà affrontato, dato che ha poco senso comparare pere con mele, ovvero un blog di poesie o di fotografie con uno tecnico o di recensioni letterarie.
Ho parlato di precorrere i tempi perché vorrei focalizzare questo articolo sulla domanda che si è fatto Mauro e rimandare ad altri articoli un'eventuale articolazione del problema «blog rating».
Per prima cosa credo che l'approccio più razionale sia quello di rifrasare la domanda in una serie di sottodomande più specifiche, ovvero di declinare la questione nei suoi aspetti:
Forse, se riusciamo a rispondere a queste domande, potremmo meglio affrontare il fatidico «perché». Partiamo dalla prima: cosa vuol dire valutare un blog. A mio avviso vuol dire, come ho già detto, all'inizio dell'articolo, dare una valutazione della qualità dello stesso. La qualità è una caratteristica che in buona parte può essere definita in modo operativo, come direbbe un fisico sperimentale, e quindi sulla base di criteri oggettivi. Ad esempio, credo che tutti noi si possa dare una buona definizione di qualità relativamente a un elettrodomestico: deve funzionare bene, ovvero fare quello per cui è stato costruito con continuità e prestazioni allineate alle aspettative, e deve essere robusto, ovvero guastarsi il meno possibile. Poi, se mi fa risparmiare perché consuma poco, se è elegante perché disegnato da un grande designer, se costa poco, questi sono tutti ulteriori fattori di valutazione che tuttavia non hanno nulla a che vedere con la qualità in sé.
Ora, cos'è un blog?
Un blog è un contenitore.
Cosa contiene?
Contiene il prodotto intellettuale di una o più persone, che possiamo chiamare gli autori del blog.
Che caratteristiche ha un blog?
Essenzialmente propone con una certa continuità contenuti sempre nuovi e, generalmente, permette a chi si confronta con essi di commentarli.
In realtà molti a questo punto protesteranno che non è essenziale che un blog permetta di commentare i suoi contenuti. Vero. Tuttavia, io credo fermamente che sia proprio questo uno dei fattori che più differenzino un blog da altri contenitori in rete, come ad esempio i quotidiani on-line. Per me, un blog è soprattutto confronto, e confronto è crescita intellettuale, opportunità di migliorarsi, condivisione della conoscenza. La rete è piena di gente che scrive senza realmente confrontarsi con i propri lettori. Spesso questi siti sono solo delle passerelle per gli ego degli autori, non dei reali luoghi di incontro.
Io vedo nel blog, invece, la versione moderna dei famosi salotti intellettuali dell'800, dove persone di cultura più o meno elevata, ma non necessariamente, si riunivano per parlare di qualsiasi argomento liberamente, oppure per raccontarsi poesie o novelle, per criticare dipinti o altre opere d'arte, in generale per confrontarsi sul piano intellettuale. Attenzione: quando parlo di cultura, non sto parlando necessariamente di istruzione. Una persona può anche essere analfabeta, eppure capace di elaborare ragionamenti validi e costruttivi. Non stiamo parlando di elìte culturali, di intellighentia, quanto piuttosto di filosofia nel senso più ampio del termine, ovvero amore per il pensiero, per la discussione, per il confronto, desiderio di condividere conoscenze, di apprendere cose nuove, di sapere.
Ecco allora che viene di conseguenza la risposta alla seconda domanda: cosa dovremmo valutare di un blog? A mio avviso due cose: da una parte i contenuti dello stesso, essenzialmente, e dall'altra la disponibilità dell'autore (o degli autori) a mettersi in gioco, a confrontarsi con gli altri. Tutto il resto, l'aspetto esteriore, la navigabilità, le funzionalità aggiunte come il calendario piuttosto che il motore di ricerca, la conformità del template a questo o a quello standard, sono tutti elementi importanti ma subordinati ai primi due, tanto più che spesso sono da imputarsi alla piattaforma usata piuttosto che all'autore del blog.
In quanto ai contenuti di un blog, come già detto, essi possono essere essenzialmente qualsiasi cosa che sia il parto della mente umana: opinioni o notizie, discussioni o opere d'arte, poesie, immagini, musica, barzellette, fumetti, racconti brevi, idee e quant'altro. Non esiste un contenuto di serie A e uno di serie B. Fumetti come quelli di Eriadan, ad esempio, hanno altrettanto diritto di cittadinanza in un blog delle recensione di qualità in un blog letterario. La blogsfera condivide con il web un principio fondamentale che è quello del free speech, ovvero la manifestazione per eccellenza della libertà di espressione.
Da qui è evidente che i primi a beneficiare di un blog sono proprio coloro che lo leggono. Un blog non è un monumento alla saggezza di qualcuno, una vetrina per i V.I.P. della Rete, ma una sorta di servizio pubblico, un opera di volontariato, in cui qualcuno offre parte di sé al resto del mondo. E questo vale anche per il blog intimistico, per il classico diario, per il libro dei sogni. Leggere questo tipo di blog vuol dire avventurarsi in un viaggio nella natura umana, nella mente e nel cuore di altre persone, per scoprire così quanto simili a noi e quanto allo stesso tempo immensamente diversi siano gli altri. Non per nulla la blogsfera è diventata terreno di studio della moderna sociologia.
La blogsfera è cresciuta immensamente in questi ultimi anni, tanto che ormai, quando si trova un nuovo blog che offre contenuti interessanti, ci si sente come il biologo che ha scoperto nel cuore dell'Amazzonia una nuova specie di pappagallo o una pianta mai vista prima.
E così si arriva all'ultima domanda: a che serve la valutazione di un blog? Di nuovo, vi dico quello che penso io. A voi, poi, decidere se vi sembra ragionevole. Valutare un blog serve ad aiutare, a guidare coloro che si avventurano in questo viaggio verso luoghi lontani, pianeti misteriori, a scoprire i tesori che questo universo nasconde. Quante volte leggiamo in un commento: «Ho appena scoperto il tuo blog. Stupendo. Adesso che lo so verrò a trovarti altre volte.» Alcuni blog, come quello di Eriadan o la «Torre» di Pino Scaccia, sono diventati ormai un appuntamento giornaliero per molti blogger e anche per tanti che un blog non ce l'hanno.
Vi ricordate le prime directory, ovvero quegli elenchi che, agli albori della Rete, raccoglievano e classificavano i vari siti che iniziavano a proliferare in Internet? Sto parlando dell'era pre-Google, quando il motore di ricerca non era tanto basato su spider e altri animaletti che viaggiavano come pazzi nella rete a raccogliere URL a tutto spiano, ma piuttosto su liste fatte a mano, in cui una redazione, sulla base di criteri più o meno personali, proponeva ai naviganti una serie di siti che, a torto o a ragione, erano ritenuti validi. Sempre in quell'epoca, si era sviluppato il criterio di hub, ovvero di valore di un sito in base al fatto di essere più o meno referenziato da altri siti, e di valore di una lista di riferimenti in base al valore dei siti referenziati. All'inizio funzionò, ma poi si scatenò un vero e proprio mercato dei link, in cui ognuno era disponibile a mettere collegamenti a siti di ogni genere pur di avere il proprio in quanti più siti possibili.
Lo stesso sta accadendo con i blog. All'inizio il fatto che un blog riportasse all'interno di un articolo il riferimento a un articolo di un altro blog era in qualche modo un'indicazione del fatto che quest'ultimo fosse interessante, persino quando il commento era negativo. Col tempo, tuttavia, si sono formate delle vere e proprie cricche basate su una sorta di patto non scritto di reciproco sostegno in termini di visibilità. Un po' come è successo con gli scrittori e i circoli di intellettuali, i premi letterari e le recensioni dei libri sui giornali. Evidentemente tutto ciò ha fatto perdere al link quel ruolo di indicatore naturale che aveva inizialmente.
Cosa fare allora? Come ho già detto, l'obiettivo di questo articolo è concentrarsi sul perché e lasciare ad un altro momento il ragionare sul come. Volendo in qualche modo trarre le fila di quanto detto fin qui, la mia personale opinione è che la blogsfera è diventata così complessa che è ormai fondamentale trovare un qualche meccanismo che permetta ai cibernauti di navigare in questo nuovo mare. I motori di ricerca possono andar bene per trovare materiale per una ricerca scolastica o le notizie del giorno, per risolvere un problema tecnico o trovare un prodotto, per individuare una comunità di persone che abbia la nostra stessa passione o immagini per il nostro sito web, ma nel caso dei blog non è sufficiente, perché il rating di un blog è anche in qualche modo un rating su chi lo ha scritto, sulla sua affidabilità, competenza, esperienza, disponibilità al dialogo e al confronto. Ecco allora che è necessario qualcos'altro. Cosa? Beh, di questo avremo modo di riparlarne.
