L'Indipendente

Tutto quello che gli altri non vi dicono

Direttore responsabile: Dr. Dario de Judicibus - ISSN 1824-8950


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lunedì, 24 agosto 2009

Prove tecniche di genocidio

Delle stragi naziste sono pieni i libri di Storia e ci sono migliaia di siti in rete che trattano l'argomento in tutti i suoi aspetti. Pochi tuttavia sanno che ben trent'anni prima che Hitler diventasse Führer, la Prussia adottò un comportamento simile nei confronti di una popolazione africana in una sperduta regione della Namibia. La similitudine con quella che fu poi chiamata Shoah sono impressionanti: dai campi di concentramento agli esperimenti di eugenetica, dalle leggi razziali alle metodologie di sterminio. Il genocidio degli Herero fu una vera e propria prova sul campo di quanto oltre trentacinque anni più tardi i nazisti avrebbero adottato contro gli ebrei e altri “esseri inferiori”.

Gli Herero vivevano nel nord della Namibia, in Africa, in una regione chiamata Damaraland. Come molte tribù africane erano allevatori di bestiame. Quando nel 1894 la Namibia divenne un protettorato tedesco, per gli Herero e altre popolazioni locali iniziò un calvario che si concluse con un vero e proprio genocidio. Il primo passo fu la colonizzazione del territorio. Essendo a quell'epoca gli Herero nomadi, infatti, come buona parte delle popolazioni che vivono tuttora di bestiame in Africa, non avevano villaggi stabili ma si spostavano in continuazione da un pascolo all'altro. Così per i coloni fu facile impossessarsi progressivamente del territorio, arrivando addirittura a schiavizzare le popolazioni locali per utilizzarle sia nelle loro piantagioni che, soprattutto, nelle ricche miniere di diamanti.

Oltre agli Herero la Namibia era abitata da altre popolazioni fra le quali le più importanti erano i Khoikhoi e i Nama. Furono proprio quest'ultimi, all'epoca nemici degli Herero, i primi a dare vita a una vera e propria rivolta organizzata, nel 1903, sotto la guida di Hendrik Witbooi. Ben presto ai Nama si aggiunsero ribelli di altre popolazioni, soprattutto Herero, e presto la rivolta si trasformò in una guerra a tutti gli effetti. Da una parte le popolazioni locali, ora guidate dal capo herero Samuel Maharero; dall'altra le truppe coloniali imperiali prussiane, le Schutztruppe, guidate dal generale Adrian Dietrich Lothar von Trotha.

Fu proprio con von Trotha che i prussiani iniziarono una politica di epurazione pianificata, adottando le direttive del Vernichtungsbefehl, ovvero l'ordine di sterminio: gli uomini dovevano essere subito passati per le armi, sia che fossero armati o no, mentre le donne e i bambini dovevano essere spinti verso il deserto dove finivano per morire di sete perché nel frattempo i tedeschi avevano avvelenato sistematicamente tutti i pozzi d'acqua dolce della regione.

Tale comportamento venne giustificato con il fatto che gli Herero non erano davvero esseri umani, ma subumani. I ribelli massacrati negli scontri a fuoco, in effetti, furono non più di 5.000, molti di meno dei 23.000 che morirono nel solo tentativo di attraversare il deserto Kalahari. Tutti coloro che si arresero, invece, furono condotti in campi di concentramento, soprattutto nelle isole Shark, dove morirono di malattie e stenti. Quelli che sopravvissero anche a questa ennesima prova, i più forti, vennero venduti come schiavi ai coloni tedeschi che li trattarono con tanta crudeltà che la maggior parte di loro morì comunque nei campi e nelle miniere. Alcuni vennero addirittura usati per esperimenti medici dall'eugenista Eugen Fisher, maestro del ben più noto Josef Mengele.

In soli quattro anni, dal 1904 al 1908, morirono fra i 30.000 e i 75.000 individui, ovvero fra il 50% e il 70% degli Herero e il 50% dei Nama. Solo i Khoikhoi si salvarono, avendo stipulato un accordo con i tedeschi fin dal 1894 e essendo pochissimi i ribelli di questa etnia che avevano partecipato alla ribellione. In un censimento del 1911, solo 15.000 herero risultarono essere sopravvissuti alla strage.

Pubblicato da: dejudicibus alle 19:04

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Rubriche: storia, africa, ita , colonialismo, genocidio

venerdì, 10 aprile 2009

OGM per l'Africa

Mentre in Italia il dibattito sugli OGM continua a infuriare, in altri Paesi si continuano a fare sostanziali passi avanti nello sviluppo di alimenti basati su questa tecnologia. L'ultimo esempio arriva dall'Africa...

Cos'è la manioca

La manioca è un tubero commestibile originario del Sudamerica e dell'Africa Subsahariana, coltivato nella maggior parte delle regioni tropicali e subtropicali, soprattutto in Africa, India, Brasile e Medio Oriente. Viene chiamata anche mandioca, yucca, cassava, attéké, aipim, macaxeira, boba, mihogo, kappa o tubero bianco.

Per quanto da noi sia poco conosciuta — in Europa viene utilizzata quasi esclusivamente come alimento per gli animali — è la quarta coltura nei Paesi in via di sviluppo e la terza più importante fonte di carboidrati nei Paesi tropicali assieme all'igname, una specie di patata dolce, e all'albero del pane, dopo il riso e il mais. In pratica è l'alimento base per circa un miliardo di persone in ben 105 Paesi.

Dalla manioca si ricava una farina detta tapioca. È un alimento fondamentale nella dieta africana, ma purtroppo è alquanto povero di nutrienti, con l'esclusione appunto dell'amido, del calcio, del fosforo e della vitamina C. In pratica riempe la pancia ma nutre poco e, per giunta, non sa sostanzialmente di nulla.

Ce ne sono due varietà: dolce e amara. Quest'ultima, così come le foglie di entrambe le varietà, contiene un'elevata quantità di cianoglicosidi, ovvero di tossine mortali, che vanno rimosse con diverse tecniche prima di poter consumare il prodotto.

La manioca dolce (non tossica) può essere mangiata anche cruda, ma in genere la preparazione ricorda molto quella delle nostre patate. Può quindi essere mangiata sotto forma di purè oppure a pezzi, cotta al vapore, arrosto oppure fritta. Con la tapioca si può fare un budino, una specie di pane, crackers, biscotti oppure può essere usata per impanare carne e pesce.

Fra i parassiti che colpiscono le coltivazioni ci sono la cocciniglia, che tuttavia rappresenta sempre meno un pericolo, e il virus del mosaico, che invece sta diventando sempre più un problema a livello mondiale.

Manioca e genetica

Da quanto riportato sopra risulta evidente come i problemi fondamentali della manioca siano essenzialmente tre: il basso valore nutrizionale, la potenziale tossicità, e la scarsa resistenza al virus del mosaico. Proprio su questi tre aspetti si stanno quindi concentrando i ricercatori che stanno studiando come modificare geneticamente questa pianta per renderla più nutriente, meno tossica e più resistente alle malattie.

Un'iniziativa molto promettente è quella denominata Biocassava Plus, un progetto sviluppato da un gruppo di ricercatori americani, africani (Nigeria, Kenya e Tanzania) e di altri Paesi come la Colombia, la Cina, il Regno Unito e la Svizzera. Il gruppo è guidato da Richard Sayre e ha già prodotto piante in grado di produrre una quantità di beta carotene trenta volte superiore a quello della pianta originale, con una percentuale di ferro del novecento per cento e di zinco del quattrocento per cento, oltre che più proteine, una maggiore resistenza ai virus ed estremamente povera di cianuri.

Adesso si passerà alla fase di sperimentazione sul campo cercando di ottenere una singola varietà con tutte queste caratteristiche. La presenza di scienziati africani e sudamericani è inoltre una garanzia che le conoscenze e competenze relative al progetto vengano trasmesse ai Paesi che più necessitano di queste varietà, che saranno rese accessibili a prezzi competitivi con la manioca originale anche nei Paesi più poveri, in modo da permettere a tutti di poterla coltivare.

Si tratta di un progetto che dimostra come genetica, sostenibilità ed etica possano coesistere quando c'è la reale volontà di aiutare chi ne ha bisogno al di fuori di logiche politiche e demagogiche che troppo spesso, specialmente in Europa e in Italia, hanno ostacolato finora questo genere di ricerche.

Da tutto ciò, noi abbiamo solo da imparare.

Pubblicato da: dejudicibus alle 11:33

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Rubriche: scienza, africa, ita , solidarieta, biologia, ogm , innovazione

martedì, 12 agosto 2008

Figlio di un'altra terra

8 luglio 2008, Milano, giardini di via Stendhal: tre uomini pestano a sangue, riducendolo in fin di vita, un immigrato di 53 anni originario del Ghana. Qualcuno parla di aggressione a scopo razziale, altri di un regolamento di conti fra spacciatori. La realtà è molto diversa. I tre spacciatori, guidati dal pluripregiudicato trentottenne Giorgio Giurato, hanno massacrato il ghanese Edward Gardner perché assieme ad altri volontari, italiani e non, da tempo girava nella zona di Parco Solari per convincere i giovani a non drogarsi.

La vicenda è passata quasi inosservata. Pochi giornali ne hanno parlato, i telegiornali ne hanno appena accennato, eppure quello che ha fatto questo immigrato, questo extracomunitario, quest'uomo di colore, uno dei tanti arrivati nel nostro Paese con un pugno di speranze in tasca e poco altro, meriterebbe ben altra risonanza. Erano nostri i figli che quest'uomo cercava di salvare e nostri sono stati i suoi carnefici. E noi? Cosa abbiamo fatti noi per lui?

Per un immigrato riuscire a integrarsi nel nostro Paese è estremamente difficile. A molti immigrati spesso si rifiuta anche la possibilità di affittare un'abitazione. Molti, anche laureati, sono costretti a fare quei lavori che ormai nessun italiano vuole più fare, figuriamoci riuscire ad avere la cittadinanza: un sogno. Eppure se arriva un calciatore in Italia, se un'atleta vuole entrare nella squadra olimpica, di colore o no, nel giro di pochi mesi ha la cittadinanza. È la solita legge, che non è uguale per tutti.

E allora forse ci vorrebbe un gesto, un gesto simbolico che ricordi a tutti noi che non è il colore della pelle o il Paese di origine a fare un individuo ma il suo carattere, i suoi principi, la sua determinazione. E allora il Presidente della Repubblica, quel Napolitano che troppo spesso afferma che da noi va tutto bene e che siamo un grande Paese, lo dimostri davvero, concedendo la cittadinanza italiana e la medaglia al valore civile a questo figlio di un'altra terra che nella nostra terra ha rischiato di morire per aver fatto quello che dovremmo fare noi.

Sempre che "tale onore" a questo punto lo accetti, Edward Gardner, perché a volte anche noi ci sentiamo in imbarazzo ad essere italiani, soprattutto quando vediamo tanto disinteresse e ipocrisia di fronte a uomini e donne che ancora credono in quei valori che dovrebbero essere le fondamenta della nostra società e che noi, da tempo, abbiamo dimenticato.

Pubblicato da: dejudicibus alle 14:17

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Rubriche: cronaca, africa, immigrazione, droga, ita , violenza

mercoledì, 07 maggio 2008

Odissea the Musical in Second Life

The Pæstum theatre of Italia Vera in Second Life
is pleased and proud to present
the first live musical in Second Life,
Odissea The Musical
by Marco and Massimo Grieco

The first night, on May 9th, 2008 at 9.30PM CEST (12.30PM PDT),
will be a charity show to raise funds for AMREF, the African Medical Research Foundation.

Entrance is free.
If you wish to participate, just send an instant message in Second Life to
Roland Igaly or Eulalia Burger.
You will be invited to join the group «Odissea, The Musical».
By accepting you will be granted access to the theatre.

What is Odissea the Musical?

Odissea the Musical is based on the Homer's masterpiece Odyssey. Whereas the musical transformation of the Odyssey has taken into consideration the plot, anyway, it has also emphasised the language to involve the spectator who will feel drawn into the work itself. Odissea the Musical, in its complete version, is made up of three acts of approximately 45 minutes each, with a duration, excluding intervals, of two hours and 25 minutes: Telemachus and the Prologue, the Adventure, the Return, for a total of 23 pieces of music.

As far as the staging is concerned, apart from traditional elements, modern techniques in 3D using polarised lenses will be employed, making it impossible to distinguish the real-life actors from those which — like Polyphemus or the monster Scylla, for example — have been created by the use of 3D computer graphics. The audio will be relayed through Dolby Surround. About 18 singers, 20 dancers and 8 acrobats will be employed in the production.

The musical will be performed in Italian theatres since July 2008.


What is the Second Life version?

The Second Life version is a live performance of 10 out of the 25 musical scenes of the original musical. It will last more than one hour and the singers will be the same of the "real life" show. This performance has two objectives: to promote the original musical, and to raise funds for AMREF, the African Medical Research Foundation. The Second Life project involved over fifthy people for about six months. Most of building and scripting was expressly developed for the musical. Only few objects and animations have been purchased in world. Most avatars, skins, shapes, clothes, accessories, scenes, gestures, and animations have been specially designed according to researches about the culture and habits of Ancient Greece.

The preparation of the virtual version of the show was a huge effort since Second Life was not designed for this kind of events. The production team had to solve many technical problems and to test several alternatives in order to develop a solution to the desired level of quality. The final result is not as good as the original musical, of course, which takes advantage of the best available technologies on the marketplace, but it is surely outstanding for Second Life. Just an example: the Pæstum theatre is probably the bigger lift ever built in Second Life; raised at the crossing of four islands, it may host over 300 avatars.


The production team and the cast

Music by Marco Grieco [MusicalMarco Greggan], lyrics by Marco Grieco and Massimo Grieco [Ulyx Gregan], produced by Carlo Biscaretti di Ruffia [Basil Coage], and directed by Dario de Judicibus [Eadoin Welles]. The production team is made by Claudio Crocetti [KlaudeC Korobase] (Sound Director), Franca Olivieri [Fanny Douglas] (Avatar Designer), Rolando Ferri [Roland Igaly] (Public Relations), Eulalia Ciccolella [Eulalia Burger] (Production Secretary), Bob Lopp [Medhue Simoni] (Animation Designer), Jeremy R. Cooper (Lyric translation). Singers are Tommaso Fichele (Ulysses), Flavio Capasso (Telemachus), Brunella Platania (Penelope), Alfina Scorza (Athena), Maria Massa (Euryclea), Raffaele Di Gregorio (Polyphemus), Concetta De Luisa (Calypso), Roberta Andreozzi (Circe), Vito Pepe (Antinous), Domenico Prezioso (Eurymachus and Medont), and Carmine De Luca (Eurylochus). Cast is made by Lino Di Gianni [Lino Morigi], Valentina Ferrari [Saytona Chemistry], Emanuele Franceschini [Emanuele Dench], Martino Sturaro [Montolio Paine], Eliana De Vita [Eliana Iuga], and Paolo Catoni [Poll Wuyts].


What is AMREF?

AMREF Italia ONLUS(1) is the main private medical no-profit organization in East Africa, employing more than 700 people, 97% from Africa, and managing 140 development projects in 22 countries. AMREF is committed to prophylaxis, health education, and medical professional training. See http://www.amref.it for further info (site is in Italian language). 90% of funds come from private citizens, charity events and shows, as well as collaborations with selected companies. AMREF supporters in Italy are more than 120,000. Most arts, sports, and show personalities, as well as famous people in the cultural life, support AMREF as testimonials and collaborators.

Please, support AMREF by making a donation and by sharing this message among your friends. When you donate, please specify as reason for payment «ODISSEA», so that we can estimate the contributes related to the show. Thank you in advance. To support AMREF you can send your donation by bank transfer to IBAN IT19H0103003202000001007932 (AMREF Italia Onlus account, at Monte dei Paschi di Siena bank, Rome Agency #2), or by credit card (Sì Cards, i.e. Visa and Master Card, American Express, prepaid cards) from AMREF web site or calling them by phone to number +39.06.99704650.


 

(1) ONLUS stands for Organizzazione non lucrativa di utilità sociale, that is, a no-profit organization with social and humanitarian aims which is acknowledged by the Italian government.

Pubblicato da: dejudicibus alle 19:30

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martedì, 01 maggio 2007

Lord of War

«Le cinque principali nazioni a vendere armi nel mondo sono Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia e sono tutti e cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'ONU»

Termina così uno splendido film che ho visto recentemente su SKY Cinema, diretto da Andrew Niccol e interpretato da Nicolas Cage: «Lord of War».

Il film racconta la vita di un mercante d'armi vista attraverso i suoi stessi occhi. La pellicola si presenta, senza lasciar spazio a letture e interpretazioni, come un crudo resoconto di una realtà che tutti conosciamo ma che quotidianamente ignoriamo. Significativo l'incipit visivo, che mostra la storia di un proiettile dalla fabbrica fino all'inevitabile destino di ogni pallottola: sparata nella testa di un anonimo guerrigliero, uno dei tanti che combatte in una delle tante guerre senza senso in qualche parte sperduta del mondo.


Quello che più colpisce del film è l'assoluta mancanza di coscienza del protagonista, splendidamente resa da Cage. Siamo abituati a pensare ai cattivi come a persone malvage, consapevoli del male che fanno, al punto quasi da goderne. Insomma, gente che è facile odiare. Ma Yuri Orlov non è così. Lui è una persona normale, con i problemi e i pensieri di una persona normale. Ama veramente la moglie e il figlio, si preoccupa del fratello, è conscienzioso nel suo lavoro e dimostra competenza e quasi una sorta di passione nel farlo. Yuri vende armi come un altro venderebbe automobili o elettrodomestici, gli piace il lavoro che fa e non si preoccupa minimamente delle conseguenze delle sue azioni. Per lui vendere armi è come vendere sigarette o auto: in fondo sono milioni le persone che si ammazzano fumando o guidando. Se un venditore di tabacco o di autovetture può dormire tranquillo la notte, perché non lo dovrebbe fare lui? Questa l'impeccabile logica del mercante d'armi, il cui obiettivo è uno solo: dato che nel mondo ci sono 580 milioni di armi, circa una ogni dodici persone, bisogna convincere le altre undici ad acquistarne una.

Il fatto che la storia sia raccontata attraverso le parole dello stesso Yuri, rende questo contrasto ancora più accentuato. Alla fine, in un certo senso Yuri è un eroe, perché dimostra che i cattivi siamo noi, con la nostra ipocrisia, perché sono i nostri Governi a far sì che persone come Yuri possano esistere, e noi stesso ne traiamo dei benefici perché una parte della ricchezza di cui usufruiamo alla fin fine è anche il risultato di questo macabro mercato che arricchisce tanti Paesi cosiddetti "civili". E sebbene il nostro, di Paese, non sia nei primi posti in classifica, ha fatto anche lui la sua parte. Basti pensare alle mine italiane. Yuri è un eroe perché è onesto: non si nasconde, non cerca di giustificare quello che fa con belle parole e amor di patria. La sua coscienza è pulita perché fa bene il suo lavoro, lo fa per sé, per la sua famiglia, e per coloro che gli permettono e lo sostengono per farlo, gli stessi che invece di belle parole ne spendono tante per farsi belli davanti al mondo. Parlano di civiltà, di libertà, di patriottismo, di diritti civili. E noi li ascoltiamo, li appoggiamo, da una parte o dall'altra, perché queste persone non hanno colore o religione, partito o fazione. Permeano trasversalmente tutto il mondo della politica, dell'imprenditoria: ovunque ci sia potere, loro sono presenti. E se loro sono colpevoli di ipocrisia, allora, siamo veramente sicuri di non esserlo anche noi? In fondo, noi che facciamo per cambiare tutto ciò?

Pubblicato da: dejudicibus alle 13:32

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mercoledì, 16 agosto 2006

Jok il Profeta

Quanti di voi conoscono il nome di Joseph Kony? Avete mai sentito parlare della LRA, la Lord's Resistency Army, ovvero l'Esercito di Resistenza del Signore? Ho il sospetto di no, e comunque non sono nomi che si trovano di frequente sui nostri quotidiani, né si sentono spesso in televisione. Eppure sono oltre vent'anni che Kony, detto il Profeta dei Dieci Comandamenti, è a capo della più spietata armata di guerriglieri che funesta il nord dell'Uganda.

J. Kony è nato nel 1961 a Odek, un piccolo villaggio di etnia acholi a est di Gulu. Fin da piccolo entrò a far parte di una milizia armata comandata da sua zia Alice Lakwena, un'ex-prostituta che aveva fondato l'Esercito dello Spirito Santo per combattere le milizie dell'allora regime di Yoveri Museveni. I primi armati di bastoni e pietre, i secondi di mitragliatrici, fu un vero massacro. La sacerdotessa Lakwena, come amava farsi chiamare, si ritirò in esilio in Kenya lasciando a Joseph Kony la sua eredità di morte.

Nacque così l'LRA, come movimento di liberazione dell'etnia acholi nei confronti del governo di Kampala. Come già l'esercito della zia, anche l'LRA venne caratterizzato da una cultura religiosa di stampo biblico. D'altra parte la Bibbia offre ben più di uno spunto a chi vuole giustificare le violenze più efferate nei confronti dei nemici, facendole passare per Giustizia Divina. Qualche esempio?

Pubblicato da: dejudicibus alle 14:38

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