|
L'IndipendenteTutto quello che gli altri non vi dicono |
|
G. Albano
C. Battistelli
G. Ceccarelli
R. Cereda
U. Crescenti
M. Garau
D. Galfré
G. Lupi
F. Nestola
D. Pannuti
B. Parenti
R. Poletti
J. Rotello
M. Saiu
M. A. Salluzzo
C. Severini
G. Sturiale
M. Tassinari
1. Portale
2. Pagine Personali
3. Dizionari
4. Genealogia
5. Pubblicazioni
6. Galleria Fotografica
7. Risorse Gratuite
8. Padri ad Ore
9. Fata Morgana
P. PhotoSig Portfolio
X. PSP Script Library
Y. Published Authors Net
Z. Uno Sguardo nel Buio
Google
Wikipedia [ENG]
Wikipedia [ITA]
Mappy [ITA]
Dizionari Garzanti
eBay [ITA]
Snap Shots
Andrea Beggi
Blogfriends
Con gli occhi e con il cuore
Eriadan
Lo Scaffale
Massimo Polidoro
Mauro Lupi
Medioevo
Pino Scaccia
Sergio Maistrello
Tuttando Forum
Se lo desideri, puoi mettere l'antipixel de «L'Indipendente» sul tuo blog, prelevando il codice qui sotto:

Gli italiani sono in Afghanistan in missione di pace. Bello, vero? Suona molto bene, ma cosa vuol dire esattamente? O meglio, perché ad andare in missione di pace sono soldati armati fino ai denti? Quando uno pensa alla pace pensa a volontari disarmati che portano cibo e medicinali dove mancano, che aiutano a costruire pozzi, che si danno da fare per ricostruire là dove è stato distrutto, mediare là dove c'è conflitto, consolare là dove si soffre e portare gioia là dove il sorriso da troppo tempo si è trasformato in una smorfia di tristezza.
Eppure la nostra missione — anzi, quella dell'ISAF/NATO, con tanto di benedizione da parte dell'ONU — è una missione armata, una missione che vede i nostri soldati contrapposti ai talebani, una missione in cui si uccide e si muore. Dov'è la pace? Qualcuno dice che non c'è, che visto che si muore, visto che si spara, ce ne dobbiamo andare perché non è più una missione di pace ma di guerra. Sembra logico, ma non lo è.
Le ultime pietre non sono ancora cadute al suolo dai cornicioni traballanti, che già si scatenano le polemiche — vero sport nazionale nel nostro Paese — a causa della supposta previsione del terremoto che ha sconvolto gli Abruzzi da parte di un ricercatore del CNR del Gran Sasso, Giampaolo Giuliani.
Parliamo di fatti. Innanzi tutto le previsioni di Giuliani:
È chiaro che si tratta di previsioni errate, e tuttavia vicine temporalmente e geograficamente a ciò che è successo sul serio. Vuol dire che il suo metodo è valido?
Iniziamo a capire cosa vuol dire, o meglio vorrebbe dire, prevedere un terremoto. Una previsione scientifica deve basarsi sulla misurazione di una serie di segnali che permettano
Perché? Perché se si è sufficientemente sicuri che un certo sisma avverrà in una certa zona, allora bisognerà attivare un piano di emergenza per evacuare abitazioni ed edifici pubblici. In particolare sarà necessario evacuare gli ospedali. In tutti gli ospedali ci sono spesso persone che non possono essere spostate se non rischiando seriamente la vita. Quindi spostarle rappresenta un rischio che va ben ponderato, perché potebbero non sopravvivere al trasporto. Inoltre evacuare decine di migliaia di persone è un'impresa titanica, con costi molto elevati, e se poi il sisma non arriva, la seconda volta diventerà quasi impossibile riuscire a convincere le persone ad andarsene; quindi bisogna essere “ragionevolmente” sicuri.
Ecco perché quando si parla di previsioni dobbiamo stabilire dei parametri e dei criteri rigorosi. A questo punto la domanda è: quelli di Giuliani sono criteri rigorosi? Sappiamo per certo che gli sciami di scosse non danno alcun elemento affidabile per qualsivoglia previsione. L'Italia è un Paese ad alta sismicità e di sciami anche di una certa intensità ce ne sono moltissimi ogni anno in varie zone. Spesso non portano a nulla e quindi non danno uno schema riconoscibile per attivare un allarme. Per quanto riguarda il radon, ci sono terremoti che non sono preceduti da emissioni di radon così come emissioni che non sono poi seguite da terremoti. Questo non vuol dire che non c'è relazione fra radon e terremoti, ma che tale relazione non permette di trarre conclusioni.
La realtà, ci piaccia o meno — e sicuramente il vero problema è psicologico, ovvero la nostra incapacità di accettare che con tutta la nostra tecnologia ci siano ancora fenomeni contro i quali siamo impotenti — è che i parametri correlabili a un terremoto sono molti e i valori molto variabili. Finora nessuno, incluso Giuliani, che probabilmente è in buona fede, ha mai trovato uno schema affidabile e riproducibile che permetta di stabilire con sufficiente precisione da attivare un piano di evacuazione mirato, data, luogo e intensità di un evento sismico. La vicinanza del terremoto abruzzese alle “previsioni” di Giuliani non è scientificamente una prova che tali calcoli siano affidabili. Non è certo Giuliani ad aver scoperto che una serie di movimenti sismici possano liberare una certa quantità di radon. Fin dal 2003 sono stati pubblicati studi a riguardo, come quello di Richon e altri, «Radon anomaly in the soil of Taal volcano, the Philippines: A likely precursor of the M 7.1 Mindoro earthquake (1994)» sulla rivista Geophysical Research Letters, numero 30(9).
Il radon è un gas molto pesante che si trova spesso nelle cantine e nei piani interrati. È estremamente tossico per gli esseri viventi perché è radioattivo. Solo in Italia muoiono almeno tremila persone all'anno a causa del radon, anche perché è inodore e incolore. Dato che si trova spesso sottoterra, movimenti sismici possono liberarne una certa quantità. Un terremoto, tuttavia, è generalmente legato a una liberazione improvvisa di energia elastica a una certa profondità, e quindi la liberazione di radon in sé non vuol dire necessariamente che tale scatto, come quello di una molla, effettivamente avverrà.
Se così non fosse, Paesi come la California o il Giappone avrebbero già da tempo adottato questi metodi. Il radon, gli sciami e molti altri parametri sono sotto analisi da anni da parte di centinaia di scienziati in tutto il mondo. Purtroppo non siamo i soli a cercare una soluzione. Sono arrivato a San Francisco pochi giorni dopo il terribile terremoto del 1989 che distrusse il vecchio Bay Bridge. Era di grado 7.1 della scala Richter, ovvero molto più forte di quello abruzzese, ma produsse comunque meno danni. Ricordo che la scala Richter misura l'energia emessa dal terremoto, mentre la Mercalli l'entità del danno. Quindi, se a parità di valore nella Richter il terremoto abruzzese ha registrato un valore nella Mercalli più alto, è dovuto alla ridotta quantità di edifici costruiti secondo criteri antisismici interessati dal sisma.
Quello semmai è il vero problema. I terremoti non si possono prevedere, ancora, ma si può, anzi si deve, costruire secondo criteri antisismici in molte regioni d'Italia. Dovrebbe essere obbligatorio. Purtroppo per le case antiche non si può far molto, ma quelle moderne non dovrebbero crollare. Di questo si dovrebbe parlare, non di presunte scoperte miracolose. Non dimentichiamoci il caso «Di Bella».
Questo Paese, imparerà mai?
Few days ago I was giving a lecture about web 2.0 and the blogsphere at «Il Messaggero», the most popular daily newspaper in Rome, founded in 1878. At the end of the presentation, one of the journalists who participated to the course asked me: «What will happen to newspapers because of blogs and the web?». His fear was that they had no chances, that is, that they may disappear as dinosaurs did, because of the huge amount of information continuosly generated and shared into the web.
Of course, there is not an answer, or if you prefer, there are several opinions, but nobody can say by sure which will be the scenario in the next ten years. Anyway I decided to write this article to share my point of view. It is just my personal opinion, based on my understanding of web 2.0 in general, and blogsphere in particular. Of course, it could be wrong: up to you to pass judgement on.
Molti pensano che il successo di Silvio Berlusconi sia dovuto al sostegno di una parte consistente del nostro Paese sostanzialmente conservatrice, conformista, egoista e clientelare. Assumere questo è un grave errore di valutazione, a mio avviso, perché non spiega perché oltre la metà degli elettori italiani abbia votato e buona parte continui comunque a sostenere l'attuale Presidente del Consiglio.
Il nostro è un Paese dove ogni aspetto della vita di un cittadino è strettamente regolamentato. In Italia non si può fare alcunché senza dover riempire carte, pagare balzelli di ogni tipo, giustificare con veri o presunti controlli ogni opera e ogni attività si metta in piedi. Un sistema in pratica che castra ogni iniziativa o che costringe chi vuole comunque andare avanti a farlo in violazione di leggi e normative, mettendosi così di fatto a rischio di ricatto da parte delle istituzioni e non solo. Abbiamo oltre 90.000 leggi là dove in Francia, ad esempio, ce ne sono solo 5.000, ovvero meno di un decimo. In molti casi la legge è inapplicabile o la sua applicabilità è troppo onerosa se non addirittura comporta conseguenze al limite del ridicolo. Basti ricordare quando qualcuno, una ventina di anni fa, fece approvare una legge per cui sui windsurf doveva essere obbligatoria la pistola a razzo e — sembra impossibile ma è vero — l'ancorotto.
E così, se da una parte a Roma ci sono ancora interi quartieri abusivi o in cui il 90% delle abitazioni ha vani la cui destinazione d'uso è stata illegalmente modificata, il tutto perfettamente a conoscenza di tutte le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi anni, sia di centrodestra che di centrosinistra, da noi, è possibile che un vicino ti impedisca di pavimentare un pezzo del tuo giardino per poterci parcheggiare la macchina facendo un semplice esposto e senza, per giunta, che tu possa sapere chi è stato. Insomma, neppure in casa tua puoi fare quello che vuoi, anche se nel farlo non dai fastidio a nessuno.
Violenze in Famiglia: quello che l'ISTAT non dice
di Fabio Nestola
La violenza domestica costituisce una tipologia di reato in costante espansione, complesso da analizzare in quanto la tendenza degli autori a contenere gli episodi entro le mura domestiche incontra frequentemente la connivenza più o meno passiva delle stesse vittime. Siamo pertanto in presenza di un fenomeno sommerso, del quale non è facile tracciare i contorni.
Una conoscenza approfondita del fenomeno nel suo insieme, tuttavia, è essenziale per lo sviluppo delle politiche e dei servizi necessari a contenerlo e possibilmente prevenirlo, a partire dalle campagne di sensibilizzazione fino ad arrivare alle contromisure legislative finalizzate appunto a prevenire e/o contenere la violenza.
Va rilevato come inchieste, sondaggi e ricerche che analizzano la violenza di cui è vittima la figura femminile vengono proposte con continuità a livello istituzionale e mediatico, da diversi decenni. Di contro, non esistono in Italia studi ufficiali a ruoli invertiti; vale a dire approfondimenti sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o ex mariti, partners ed ex partners, parenti a affini di vario grado.
Questa curiosa e pluridecennale lacuna può avere origine da due presupposti:
Entrambi i presupposti sono evidentemente paradossali.
Le Piccole e Medie Imprese
In Europa un'azienda viene classificata come Media Impresa (MI) se ha meno di 250 dipendenti e un fatturato annuo che non superi 50 milioni di euro oppure un totale di bilancio annuo non superiore a 43 milioni di euro. Se l'impresa ha meno di 50 dipendenti e un fatturato annuo o, in alternativa, un totale di bilancio inferiore a 10 milioni di euro, si dice che è una Piccola Impresa (PI). Se poi il numero dei dipendenti è inferiore a 10 e il fatturato o il bilancio sono inferiori a 2 milioni di euro annui, l'impresa è detta Micro. Le imprese medie, piccole e micro formano nel loro complesso le cosiddette PMI.
Le PMI possono essere classificate in tre categorie, in termini di relazioni con altre imprese: autonome, ovvero completamente indipendenti o con una o più partecipazioni di minoranza — ciascuna inferiore al 25% — con altre imprese; associate, se questa partecipazione arriva fino al 50% ma non oltre; collegate, se la partecipazione è maggiore del 50%.
«La nuova definizione di PMI»
Guida dell’utente e modello di dichiarazione
Pubblicazioni della Direzione Generale per le Imprese
e l'Industria della Commissione Europea
2003, IT NB-60-04-773-IT
Il mercato imprenditoriale italiano è estremamente polverizzato. Le PMI (vedi riquadro a lato) sono infatti oltre tre milioni e ottocentomila (CGIA 2008), pari al 99,9% del totale delle imprese italiane, e danno lavoro a oltre 12 milioni di persone, pari all'81,3% del totale nazionale. Circa il 95,4% delle PMI italiane sono in realtà micro imprese, avendo meno di 9 addetti impiegati (Onida 2004).
Questo scenario non è tuttavia omogeneo sul territorio nazionale. Da un punto di vista geografico, infatti, l'Italia è praticamente spaccata in due: da una parte il Sud con le Isole e il Centro che rappresentano rispettivamente il 14,2% e il 13,1% delle imprese italiane, dall'altra il Nord-Est e il Nord-ovest che rappresentano rispettivamente il 44,1% e il 28,5% del totale.
Da un punto di vista organizzativo, l'81,9% delle PMI è a conduzione familiare (G&T 2005), ovvero, non solo è posseduta da una singola famiglia, ma la gestione organizzativa della stessa è demandata a membri della famiglia stessa, relegando al più a ruoli secondari alcuni dirigenti esterni alla famiglia. Un aspetto importante di questa struttura è che oltre l’80% dei soggetti che controllano un’impresa a conduzione familiare ha un’età superiore ai 50 anni e che il 53% ha più di 60 anni (Banca d’Italia 2004).
Questa grande realtà italiana, tuttavia, è un colosso con i piedi d'argilla. Per comprendere i punti di debolezza delle PMI italiane dobbiamo concentrarci su un certo numero di fattori: