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Pubblicato oggi sul Corriere della Sera:
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Un gruppo di ricercatori tedeschi l'ha individuata nei pressi di Eulau La prima famiglia della storia: sepolta 4600 anni fa Padre e madre nella tomba con i due figli: tutti vittime di un'aggressione da parte di un'altra comunità ROMA - Sono stati studiati i resti del più antico nucleo familiare mai scoperto finora. La famiglia, composta da una donna dall'età fra i 35 e i 50 anni, un uomo fra i 40 e 60, e due bambini di circa cinque e nove anni, è vissuta 4.600 anni fa, nei pressi del fiume Saal vicino ad Eulau, in Germania, insieme con altri nove individui sepolti nelle vicinanze. Sono stati vittime di una aggressione violenta e chi li ha trovati li ha sepolti con molta cura: la mamma di fronte a un figlio e il papà di fronte all'altro rannicchiando i corpi e sistemandoli in modo che si guardassero l'un l'altro. |
Notate nulla di strano in questa notizia? ........... Sicuri? Pensateci bene.....
Le età dei presunti genitori. Sono perfettamente coerenti con quella che potrebbe essere una famiglia moderna, ma nell'antichità non era così. Senza arrivare nella Preistoria, già nel Medioevo arrivare a 40 anni era un successo. Le donne si sposavano quando erano ancora poco più che delle bambine e avevano figli in età molto giovane. E allora come è possibile che due bambini di nove e cinque anni avessero dei genitori così anziani per quell'epoca?
La mia ipotesi? Che gli adulti non fossero i genitori ma più probabilmente i nonni. Forse a sepellire i quattro sono stati proprio i genitori dei due bambini, magari a caccia o comunque lontano quando il campo è stato attaccato. Le età sarebbero più compatibili con un salto generazionale che con una parentela diretta. Ovviamente la mia è solo un'ipotesi che andrebbe suffragata da dati, ma sinceramente quelle età non mi tornano. Ho contattato uno dei ricercatori e intendo esporgli la mia ipotesi. Vediamo che ne verrà fuori.
Questo è il contenuto del messaggio che ho spedito al Dr. Alistair WG Pike dell'Università di Bristol e la risposta che mi ha dato:
Dear Sir,
[...] my question is about the preistoric family of 4600 years ago. Newspapers in Italy said that children were 5 and 9 years old, whereas "parents" were between 35 and 50 (mother) and 40 and 60 (father). It looks quite strange to me. In my opinion they are too old for that period to be children's parents. I suspect they could be really the grandparents and that their parents were far from village for hunting or something like that. I know, it is just an idea, not a real scientific hypothesis, but I am wondering if I am the only one who think that adults were too old to really be parents... Even in Middleage a 50 year people old was considered very old and women were used to have children when they were teens or a little bit older. I would like to know your opinion.
Dario de Judicibus
Dear Dario,
while this is a plausible scenario, it would only fit with the Mitochondrial and Y-chromosome data if the adult male was the grandfather on the fathers side, and the adult female was the grandmother on the mothers side. Given we have evidence for patrilocality, I think it is unlikely that both sets of grandparents would be at the same location.
A more likely explanation is the poor precision in estimating ages of people from skeletal remains. If we take the lower end of the ages range, the mother could have had the child at 21 with a 31 year old father, which doesn't sound implausible to me.
cheers,
Alistair
Al di là della spiegazione più tecnica, sembra comunque che i dati forniti dal Corriere sull'età non corrispondano, almeno per quello che riguarda la soglia minima, con quelli in possesso del ricercatore. L'ipotesi quindi che si tratti effettivamente di una famiglia formata da padre, madre e due figli, è plausibile.
Riporto da «La Repubblica» del 25 aprile 2007 alcuni stralci tratti dall'articolo di Umberto Galimberti «Quando l'orco è una donna». L'articolo fa riferimento all'inchiesta sui presunti abusi su minori nella scuola materna «Olga Rovere» di Rignano Flaminio, in provincia di Roma.
Quello che più impressiona in questa storia ... è la presenza in questo gioco tragico e perverso, di quattro donne... Probabilmente le maestre d'asilo lo facevano anche per denaro ... Ma chi è quella donna — che a differenza del maschio ha una particolare e specifica sensibilità per i bambini che genera, cresce, interpreta, ama — capace di questa terribile mediazione? ...
L'opinione del giornalista non è un fatto isolato. In questi giorni mi è capitato spesso di sentire commenti increduli riguardo al fatto che del gruppo di pedofili facessero parte ben quattro donne, così come mi capita spesso di confrontarmi con lo stupore che molti provano di fronte ai sempre più infanticidi commessi da tante madri.
Il fatto è che ancora una volta la nostra società si ritrova incapace di accettare una verità che la psicologia e l'antropologia moderna hanno da tempo verificato: il cosiddetto istinto materno non esiste. L'idea per la quale esista una sorta di vincolo naturale fra madre e figli che trae origine dal parto, vincolo che alcuni finiscono per estendere a tutte le donne e a tutti i bambini indipendentemente dal legame di sangue, vincolo che al contrario molti negano sussista anche nel genere maschile persino tra padri e figli, è a tutti gli effetti un mito.
Un certo tipo di comportamento che possiamo riscontrare sia durante la fase finale della gravidanza che soprattutto dopo il parto, non è il risultato di un qualche legame naturale scritto in quella parte del cromosoma X che nell'uomo è stato sostituito da un Y, ma semplicemente la conseguenza di un particolare ormone chiamato prolattina.
La prolattina viene prodotta dall'ipofisi e il suo ruolo fisiologico principale consiste nel preparare la mammella, durante la gravidanza, all'allattamento e nel favorire la produzione del latte dopo il parto. Una volta ridotta la presenza di prolattina nell'organismo, la cura e l'attenzione nei confronti della prole da parte della madre è semplicemente il risultato di un comportamento sociale indotto e acquisito, comportamento che, individuo per individuo, può essere più o meno forte e persino mancare del tutto. Tale comportamento, che possiamo a tutti gli effetti chiamare genitoriale, può essere altrettanto forte anche nel padre, dato che non ha un'origine genetica.
Discorso analogo si può fare per la gravidanza: l'aver cresciuto al proprio interno una nuova vita non è di per sé ragione sufficiente a creare un forte legame emotivo positivo nei confronti del nascituro, anzi, in alcune donne esiste un vero e proprio rifiuto dei cambiamenti indotti dalla gravidanza, del disagio e del sacrificio che essi comportano. Spesso è proprio questo disagio e il conseguente impegno che comportano le cure post-parto a causare, in una persona già non completamente stabile dal punto di vista psicologico, un vero e proprio atteggiamento di odio e rigetto che può portare ai tristi fatti di sangue che sempre più spesso caratterizzano la cronaca quotidiana.
In effetti, le violenze nei confronti dei figli da parte di madri o di parenti di sesso femminile sono sempre state presenti all'interno delle mura domestiche, così come sono sempre state presenti quelle incestuose di molti padri nei confronti delle figlie. Per molti secoli queste tragedie sono rimaste circoscritte nell'ambito del privato, sconosciute o il più delle volte volutamente ignorate dai parenti e dai vicini. Non sono una novità né una caratteristica della nostra società moderna. Semmai oggi è più facile che certi comportamenti vengano resi pubblici e che qualcuno intervenga.
Resta tuttavia un aspetto da sottolineare: la nostra società, specialmente quella italiana, così mammona, così legata al mito della figura materna, continua ad adottare un atteggiamento bivalente nei confronti di questi fatti. Se è un uomo a uccidere o violentare è un mostro, se è una donna, è una vittima. Finché non ci libereremo di questi pregiudizi, articoli come quello di Galimberti, sui cui contenuti nel loro complesso peraltro non ho particolari critiche, non potranno certo stupire.
BIBLIOGRAFIA
LEGGI - Leta S. Hollingworth, «Social devices for impelling women to bear and rear children», American Journal of Sociology, 22, 19-29
LEGGI - Anna Rotkirch, «What is “baby fever”? Contrasting evolutionary explanations of proceptive behavior», Department of Social Policy, University of Helsinki
LEGGI - William Ray Arney, «Maternal-Infant Bonding: The Politics of Falling in Love with Your Child », Feminist Studies, Vol. 6, No. 3 (Autumn, 1980), pp. 547-570
Luoghi di frontiera
di Marinella Saiu
«Luoghi di frontiera. Antropologia delle mediazioni», di Barbara Faedda e Letizia Bindi, ed. Punto di Fuga, impone una seria riflessione sui rapporti tra le diverse etnie in un autentico quadro delle moderne società postindustriali. Il testo prende l'avvio dalle celebri considerazioni di Samuel P. Huntington, il quale affermò che proprio gli scontri fra civiltà avrebbero rappresentato la più grave minaccia alla pace mondiale. La storia attuale ci sta dimostrando che le trasformazioni dei modelli culturali, sociali, giuridici, politici ed economici sono sempre più profonde e le differenze, come si sa, conducono inevitabilmente alla diffidenza e spesso al rifiuto e allo scontro.
Le autrici di «Luoghi di frontiera. Antropologia delle mediazioni» offrono indagini e approfondimenti di una tematica che trova la sua applicazione, oramai, in ogni ambito della vita sociale: dalla convivenza, spesso difficile, tra individui e gruppi appartenenti a diverse culture, al rapporto, non sempre facilmente gestibile, all'interno delle aziende, della scuola, dei tribunali, delle carceri. Il libro è diviso in due parti: nella prima Barbara Faedda tocca alcuni punti "focali" collegati alla questione immigrazione, alla nozione di identità culturale e nazionale, ai concetti di "straniero", "diverso". La sezione curata da Letizia Bindi, con cui il volume si chiude, approfondisce aspetti come la mediazione di comunità e la risoluzione dei conflitti potenziali e reali, tra componenti diverse della popolazione, all'interno di specifici spazi urbani. Spazi intesi anche come luoghi di eventuale dialogo tra diversità culturali, che possono determinare la conflittualità o l'apertura di un incontro proficuo e di una collaborazione positiva tra residenziali e migranti.