L'Indipendente

Tutto quello che gli altri non vi dicono

Direttore responsabile: Dr. Dario de Judicibus - ISSN 1824-8950


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martedì, 03 febbraio 2009

La sfida alle PMI italiane

Le Piccole e Medie Imprese

In Europa un'azienda viene classificata come Media Impresa (MI) se ha meno di 250 dipendenti e un fatturato annuo che non superi 50 milioni di euro oppure un totale di bilancio annuo non superiore a 43 milioni di euro. Se l'impresa ha meno di 50 dipendenti e un fatturato annuo o, in alternativa, un totale di bilancio inferiore a 10 milioni di euro, si dice che è una Piccola Impresa (PI). Se poi il numero dei dipendenti è inferiore a 10 e il fatturato o il bilancio sono inferiori a 2 milioni di euro annui, l'impresa è detta Micro. Le imprese medie, piccole e micro formano nel loro complesso le cosiddette PMI.

Le PMI possono essere classificate in tre categorie, in termini di relazioni con altre imprese: autonome, ovvero completamente indipendenti o con una o più partecipazioni di minoranza — ciascuna inferiore al 25% — con altre imprese; associate, se questa partecipazione arriva fino al 50% ma non oltre; collegate, se la partecipazione è maggiore del 50%.

«La nuova definizione di PMI»
Guida dell’utente e modello di dichiarazione
Pubblicazioni della Direzione Generale per le Imprese
e l'Industria della Commissione Europea
2003, IT NB-60-04-773-IT

Il mercato imprenditoriale italiano è estremamente polverizzato. Le PMI (vedi riquadro a lato) sono infatti oltre tre milioni e ottocentomila (CGIA 2008), pari al 99,9% del totale delle imprese italiane, e danno lavoro a oltre 12 milioni di persone, pari all'81,3% del totale nazionale. Circa il 95,4% delle PMI italiane sono in realtà micro imprese, avendo meno di 9 addetti impiegati (Onida 2004).

Questo scenario non è tuttavia omogeneo sul territorio nazionale. Da un punto di vista geografico, infatti, l'Italia è praticamente spaccata in due: da una parte il Sud con le Isole e il Centro che rappresentano rispettivamente il 14,2% e il 13,1% delle imprese italiane, dall'altra il Nord-Est e il Nord-ovest che rappresentano rispettivamente il 44,1% e il 28,5% del totale.

Da un punto di vista organizzativo, l'81,9% delle PMI è a conduzione familiare (G&T 2005), ovvero, non solo è posseduta da una singola famiglia, ma la gestione organizzativa della stessa è demandata a membri della famiglia stessa, relegando al più a ruoli secondari alcuni dirigenti esterni alla famiglia. Un aspetto importante di questa struttura è che oltre l’80% dei soggetti che controllano un’impresa a conduzione familiare ha un’età superiore ai 50 anni e che il 53% ha più di 60 anni (Banca d’Italia 2004).

Questa grande realtà italiana, tuttavia, è un colosso con i piedi d'argilla. Per comprendere i punti di debolezza delle PMI italiane dobbiamo concentrarci su un certo numero di fattori:

  • l'organizzazione
  • le strategie di business
  • la spesa tecnologica
  • la spesa nella ricerca e sviluppo

Pubblicato da: dejudicibus alle 00:10

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sabato, 23 febbraio 2008

Enterprise 2.0

How can a company take advantage of Web 2.0? Does it make really sense to move to the new web paradigm for a profit company? Which are the real advantages? Which the risks and the drawbacks?

Every time a new technology arises, companies investigate about the possibility to make use of it in order to obtain some competitive or strategic advantage. So many companies are looking at Web 2.0 as a new way to make business. But is that a good idea?

Web 2.0 is not simply a new technology. Clearly it takes advantages of new protocols and applications, but in theory it is possible to create a Web 2.0 site by using old good HTML and some JavaScript. We should never mistake the objective for the mean. A good tool can facilitate a work, but it is not the tool that makes the work: it's you! So, if you want to develop a Web 2.0 site, it would be better to use the most suitable protocols and techniques, but Web 2.0 is not a matter or appealing layouts and graphics, transparent text effects, colorful icons and fine cliparts, nor it is just a matter of aggregating stuff from different users. Web 2.0 is a new way to generate content and to provide services which takes advantage of collective intelligence, and it is mostly based on trusting and driven by common goals and motivations. It is about social networking, not necessarily profit. So, the key question is: "May social networking support business processes? Does it make sense for a profit company to take advantage of mechanisms that are based on sharing and collaboration?". Let us see the advantages and the potential obstacles.

Pubblicato da: dejudicibus alle 14:47

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