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Il 19 agosto le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia che il deputato della Lega Nord Gianluca Buonanno, sindaco di Varallo Sesia, in provincia di Vercelli, ha emesso un'ordinanza che vieta l'utilizzo del burkini alle donne musulmane nelle piscine e lungo i fiumi e i torrenti del comune in questione.
Possiamo affermare che si tratta di un'ordinanza discriminatoria, ovvero da considerare né più né meno come le leggi razziali varate in Italia verso la fine degli anni trenta durante il regime fascista, allora nei confronti delle persone di religione ebraica? Possiamo se dimostriamo che il burkina non viola tre importanti principi che altrimenti giustificherebbero il provvedimento: sicurezza, igiene e senso del pudore.
Consideriamo quest'ultimo: il burkini è per definizione l'antitesi di un capo sexy o provocante, anche perché lo speciale tessuto non si attacca al corpo quando è bagnato, per cui non offende certo il senso del pudore più di quanto possano fare un paio di bermuda e una maglietta. Anzi, quest'ultima, bagnata, se non si indossa al di sotto il top del bikini, è molto più provocante per cui affermare che il burkini possa offendere il senso del pudore di altri bagnanti è ben più che falso: è ridicolo.
Veniamo alla sicurezza. Il burkini lascia scoperti mani, piedi e soprattutto viso. Certo copre i capelli ma non più di quanto potrebbe fare una cuffia da bagno, obbligatoria nelle piscine, o il cappuccio di una muta da sub. È quindi evidente che non impedisce l'identificazione di chi lo indossa, non più di quanto lo impedirebbe l'abbigliamento tipico che si indossa d'inverno nelle nostre città quando fa freddo: cappotto, sciarpa, cappello o cappuccio. Se questo fosse il motivo, sarebbe quindi assolutamente strumentale.
Terzo punto: l'igiene. Il burkini è un costume da bagno, ovvero viene disegnato e realizzato con un apposito tessuto espressamente per fare il bagno, esattamente come i bikini, i bermuda da surf, le mute da sub e via dicendo. Se poi si tiene presente che molti italiani che hanno una pelle particolarmente sensibile al sole hanno preso l'abitudine di farsi il bagno con addosso una t-shirt, come è consigliato da sempre nei Paesi tropicali, specialmente ora che il sole sembra essere molto più intenso di una volta e che c'è stato un incremento dei melanomi dovuti ai raggi UV nel nostro Paese, è chiaro che considerare il burkini non igienico è un'affermazione senza fondamento. Semmai è molto meno igienica una t-shirt usata sia in acqua che in spiaggia. Inoltre la questione dell'igiene dovrebbe riguardare al massimo le piscine. Applicarla anche a fiumi e torrenti è decisamente assurdo. Le nostre acque soffrono di ben altri problemi igienici che non quelli presunti che potrebbero essere causati da un burkini!
E a questo punto una considerazione è d'obbligo: la religione musulmana ha molte restrizioni ma non poi così tante di più della cattolica. La differenza è che la maggior parte dei cattolici si limitano a ignorare quelle più scomode e a seguire solo quelle che fanno loro comodo — non l'ho detto io ma Benedetto XVI poco dopo essere diventato Papa — mentre la maggior parte dei musulmani sono molto osservanti. Sebbene sulla questione di quale sia l'abbigliamento confacente a una donna ci siano molte scuole di pensiero anche nell'Islam, se quella di coprirsi è una scelta consapevole e non un'imposizione, allora va rispettata. In fondo le donne cattoliche osservanti non hanno spesso l'abitudine di coprirsi il capo in chiesa? Quella del velo sul capo è un'usanza antichissima. Il burkini permette alle donne musulmane di godere del nostro mare o delle strutture pubbliche apposite senza rinunciare a un principio della fede in cui credono: negarglielo vorrebbe dire confinarle di nuove nelle case nel periodo estivo, quando il caldo è soffocante. Le donne della Lega Nord farebbero bene a farsi un'analisi di coscienza a riguardo. L'emancipazione nell'Islam potrebbe passare anche per un burkini, tra l'altro ideato proprio da una donna, una stilista libanese.
Tornando all'ordinanza in questione, è quindi evidente che non ci sono motivi per proibire questo capo di abbigliamento nelle spiagge italiane e tutto sommato neppure nelle piscine. L'affermazione di una madre veronese che il costume in questione spaventerebbe i bambini è ancora un'affermazione strumentale e comunque è una questione di educazione. Sarebbe come a dire che una persona con una deformità, un disabile, non dovrebbe essere ammesso in piscina perché potrebbe traumatizzare le bambine con il suo aspetto. Semmai è compito dei genitori educare i figli al rispetto della diversità, non ostracizzarla!
Ma allora perché di questa come di altre ordinanze che sempre più gli esponenti della Lega Nord emettono o fanno emettere contro usi e costumi diversi dai nostri? La risposta non può essere che una: intolleranza. Se ancora la cosa non vi convince, è sufficiente usare un semplice metodo per verificarlo, quello dei «due pesi, due misure». In pratica, se una legge proibisce a qualcuno quello che permette a un altro, a parità di condizioni, allora è discriminante.
Consideriamo il capo di abbigliamento in oggetto, come si vede nella figura a sinistra. Si tratta di un costume da bagno formato da due pezzi, uno che copre le gambe fino alle caviglie e uno che copre la parte superiore del corpo lasciando scoperte solo mani e viso. Consideriamo adesso la figura accanto: si tratta dei più recenti costumi olimpionici usati anche da molti nostri atleti per gareggiare e, ovviamente, allenarsi nelle piscine comunali di molte città italiane, prime fra tutte quelle del nord. Prendete la ragazza al centro, aggiungetele una cuffia, obbligatoria nelle piscine, e ditemi ora quanto questo abbigliamento sia differente dal tanto deplorato burkini. Direi poco o niente. Semmai la tenuta da nuotatrice è più attillata e quindi più provocante, ma per il resto copre la donna esattamente come fa un burkini. Non solo: se le aggiungiamo gli occhialetti abbiamo anche un problema di sicurezza... non si vede più bene il viso! Ridicolo? Non più dell'ordinanza in oggetto. Ed è questo il punto: la misura anti-burkini ignora totalmente altri abbigliamenti da sempre accettati come ad esempio le mute da sub, a destra nella foto. Qualunque critica possa farsi al costume in questione, dovrebbe allora essere applicata anche ai subaquei, ai nuotatori agonisti o a chiunque non si abbigli con un semplice slip, tanga o un bikini. Già un costume intero con cuffia dovrebbe essere proibito, specialmente se la bagnante ha il ciclo e indossa degli short che le coprono le gambe quando fa il bagno, cosa che si vede spesso sulle nostre spiaggie.
In conclusione: l'ordinanza del sindaco Gianluca Buonanno è un provvedimento razzista a tutti gli effetti, che viola l'articolo 3 della nostra Costituzione, quello che afferma che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.»
A questo punto sarebbe un atto dovuto da parte del Presidente della Repubblica, istituzionalmente garante della Costituzione, ricordare a tutti come qualsiasi norma, anche una semplice ordinanza comunale, dovrebbe sempre e comunque attenersi a questo principio di uguaglianza e dignità sociale, così come sarebbe un atto dovuto per il deputato in questione rassegnare le dimissioni sia come sindaco che come parlamentare. Ma sappiano che non succederà. Ormai, da noi, la Costituzione è sempre più carta straccia. Con buona pace di chi ha combattuto ed è morto per portare la democrazia nel nostro Paese.


Se abitate in Lombardia e vostro figlio vi chiede un cono gelato mentre camminate per la strada, sgridatelo sonoramente perché vi ha appena chiesto di commettere un reato! Già, perché da oggi mangiare per strada un panino, una pizzetta o un gelato è diventato un vero e proprio crimire in quella regione, punibile con una multa fino a tremila euro. La geniale idea è ancora una volta una delle tante trovate della Lega, che sempre più infestano comuni e regioni. In pratica, per colpire le kebaberie, evidentemente colpevoli di avere un notevole successo non solo fra magrebini e immigrati ma ormai anche presso molti connazionali — kebab e falafel sono molto saporiti e costano decisamente poco — hanno fatto approvare una legge che di fatto impedisce di poter mangiare per strada.
La Lombardia e la legge anti-kebab
Anche per gelati e panini vietate le consumazioni sui marciapiedi dei locali
MILANO — Giro di vite in Lombardia per take-away, kebaberie, ma anche gelaterie, pizzerie d'asporto, rosticcerie e piadinerie. Saracinesce giù tassativamente non oltre l'una del mattino. Posate e bicchieri usa e getta. Vietato consumare sui marciapiedi fuori dai locali. Pena sanzioni fino a 3 mila euro.
Si tratta chiaramente di un provvedimento discriminatorio e razzista, in quanto nato espressamente per le kebaberie, dato che da noi gelaterie, creperie, rosticcerie, paninoteche e bancarelle varie che offrono vari tipi di cibi da consumare per strada sono sempre esistite, soprattutto nelle città turistiche, e nessuno si è mai sognato anche solo di ipotizzare una legge del genere.
Non potendo tuttavia scrivere nella legge esplicitamente che essa è applicabile solo ai venditori di kebab, dato che persino per la Lega sarebbe sembrato troppo chiaramente discriminatorio, hanno introdotto nell'articolo 2 di suddetta legge il comma 2 che «vieta il consumo dei prodotti negli spazi esterni al locale». Voglio proprio vedere se cercheranno di farlo applicare anche davanti a MacDonald e gelaterie italiane.
Ormai la situazione ha raggiunto il ridicolo: nel nostro Paese decine di sindaci, soprattutto della Lega ma non solo, stanno facendo a gara per proibire le attività più comuni. In molte città una coppietta non si può più baciare per strada, che siano due ragazzini innamorati o un'anziana coppia che sta festeggiando le nozze d'oro; in alcuni parchi non ci si può sedere su una panchina dopo una certa ora, in altri non si può fare un picnic, su molte spiaggie non si può passeggiare la sera... per non parlare dell'abbigliamento! Qui sono proibiti i bermuda, là le magliette, quella camicetta è troppo scollata, quei sandali non vanno bene! E questo non in musei o chiese, ma per strada!
Insomma, è proibito vivere! Dicono che la Storia si ripete... se è così, manca solo che ritorni per le italiche strade il Savonarola e il cerchio sarà chiuso. Non c'è da stupirci se ci è stato tolto pure il diritto di decidere come morire: forse qualcuno ha paura che si stacchi l'alimentazione forzata anche al nostro Paese, ormai chiaramente malato terminale.
Riporto quanto affermato dal Ministro degli Interni Roberto Maroni in un'intervista a «Il Sole 24 Ore», riferendosi alle stime che parlano di una spesa di oltre 400 milioni di euro per far votare il referendum nella domenica a cavallo delle due tornate di votazioni per il Parlamento Europeo.
Il premier sa come la pensa la Lega su questo punto.
Il risparmio derivante da un abbinamento, bocciato peraltro dal Parlamento,
è di soli 173 milioni.
Sinceramente non posso pensare che a capo di un dicastero così importante ci sia un uomo che di fronte alla catastrofe del terremoto in Abruzzo, possa affermare che si possono buttare 173 milioni di euro semplicemente perché così la Lega spera che il referendum fallisca per mancanza di quorum.
Anche perché a questo punto, tutte le persone dotate di un minimo di buon senso e civiltà, incluse quelle del suo stesso partito, sicuramente a quel referendum andranno comunque a votare, fosse solo per mostrare al signor Maroni cosa pensa la gente di chi si permette di sputare su 173 milioni di euro in un momento in cui tutti facciamo fatica ad arrivare a fine mese, tenendo presente che nonostante questo abbiamo raccolto milioni di euro per i terremotati abruzzesi.
Avrebbe fatto meglio a stare zitto. Personalmente ritengo dovrebbe dimettersi, ma ormai si sa come vanno le cose in Italia: i nostri politici ritengono di avere il diritto di poter dire e fare di tutto senza vergogna, offendendosi addirittura se qualcuno li critica. Sarebbe bello se gli stessi leghisti, ovvero la base, la gente, spiegasse al signor Maroni l'assurdità di quello che ha detto. Perché, a mio avviso, anche questo è sciacallaggio, seppure di diversa natura...