L'Indipendente

Tutto quello che gli altri non vi dicono

Direttore responsabile: Dr. Dario de Judicibus - ISSN 1824-8950


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giovedì, 23 luglio 2009

Il cinema italiano: specchio di un Paese senza fantasia

Il cinema italiano: specchio di un Paese senza fantasia
di Daniel Galfré

Il cinema italiano contempla due generi: la commedia volgare o la commedia drammatica nevrotico intimista con pretese filosofiche. Manca la magia, il surrealismo, l'avventura, il brio. Pensiamo a quello che stanno facendo le altre nazioni europee che non hanno comunque i mezzi o i finanziamenti di Hollywood. Spagna, Francia, Scandinavia, Germania. Ci stanno superando tutti.

Pensiamo a film come «Lasciami Entrare», «Il Labirinto del Fauno», «Orphanage», «Il Fantastico Mondo di Amelie». Amelie è il perfetto esempio di come si possa parlare di quotidianità usando anche la fantasia e la magia. Sono tutti film magnifici costati molto poco. Non menziono apposta il cinema americano, perchè voglio sottolineare come l'Italia perda il confronto con altre realtà europee non grandissime e non ricchissime.

Anche le commedie francesi per esempio hanno quel surrealismo e quel senso di azione in più che le rende più interessanti, meno terra a terra e più cinematografiche. Penso a film come «Le Petit Nicolas» o «Taxi». Anche la commedia scandinava «Fuckin Amal» dimostra l'importanza dell'irriverenza, della stravaganza, nel raccontare storie di vita moderne, non il solito perbenismo tradizionalista moralista all'italiana.

In Italia non riusciamo a creare un fantasy, un film d'avventura, un film di fantascienza ma nemmeno un qualcosa di minimamente surreale. C'è soltanto la realtà noiosa, cruda e nuda girata spesso con la telecamera a braccio. Tra l'altro in Italia, in modo particolare se il film è girato al Sud, c'è sempre una forte enfasi sul far parlare tutti in dialetto e sul calcare l'accento del luogo; un'altra concezione provinciale del cinema che ne diminuisce l'appeal per un pubblico più vasto e internazionale.

Pubblicato da: dejudicibus alle 13:50

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Rubriche: musica, cultura, italia, cinema, ita , daniel

venerdì, 03 ottobre 2008

Open letter to Spike Lee

Open letter to Spike Lee

by Didala Ghilarducci

Translation from Italian of the original letter by Dario de Judicibus

Dear Mr. Lee, my name is Didala Ghilarducci. I am a former partisan. My husband, Chittò, was killed by the Nazis in the Versiliese mountains a few weeks after the massacre of Sant'Anna di Stazzema, in that terrible August of '44.

I resolved to write to you because of what I read in the newspapers about the film you are shooting. It makes me feel my heart heavy as a boulder. It seems that your movie might reinforce the false argument that the massacre was accomplished because of partisan research in the village. It is an untrue argument that critics of the Resistance have always claimed to blame partisans for the massacre. Maybe you do not care of rumors about the content of the scenes taken in Sant'Anna, but they generated a painful anxiety in the men and women of the Italian Resistance.

I know that you are a great director, and that in your movies you are always able to narrate tragedies, pain and oppression that moved us and increased awareness among citizens here in Europe too. For that I am especially grateful. I fought for years for democracy, civil rights and freedom so that I feel close to whoever is fighting and complaining about injustice and oppression. Precisely for this reason I would like to be so good not just to explain, but to let you really feel in some way why any deceitfulness, any adjustment of what happened at Sant'Anna di Stazzema, is for me, for all of us, absolutely unacceptable.

You should understand that, when a whole community has experienced such a deep and traumatic grief, people develop about that event a sensitivity that is further exasperated by the pain that still burns into the flesh after sixty years. To narrate your story — a story that is important not only for your country — you chose to stop at that small square in front of the church, in Sant'Anna. It is a place that I, like others, saw in its real and unspeakable horror in 1944. The wind may have taken away the ashes of that fire towards the woods and the sea, but the anguish, the tears and the blood remain curdled there, and will remain there in time and in our consciences of men and women.

If you, gentle director, will focus on this thought, then you will understand that it is not possible to narrate a different death for that square. We cannot do it for the victims, and we cannot do it for the boys and girls of Resistance who rest in the mountains to remember us forever the horror of war and the high price of freedom. If you steal their history, then we bereaved them of the sense of their death. And this is not possible in that square. Maybe in another, one rebuilt elsewhere on the scene, but not there. I sincerily cannot imagine that in order to tell a story of rights and people we have to deny their story to other victims.

So, kind Sir, I have opened you my heart, hoping that in some way you can give us a sign that could tell us that the arduous path of civil engagement and reconciliation that we looked for and covered in these sixty years as a community and people, will not be dispersed.

Pubblicato da: dejudicibus alle 00:30

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Rubriche: italia, cinema, usa , storia, resistenza, eng

sabato, 06 settembre 2008

Quel cinema così serio

Cannes 2008. Due i film italiani in concorso: «Gomorra» di Matteo Garrone e «Il divo» di Paolo Sorrentino. Il primo è la trasposizione del romanzo di Roberto Saviano sulla camorra, il secondo racconta un pezzo di vita di Giulio Andreotti.

Venezia 2008. Quattro i film italiani in concorso: «Il papà di Giovanna» di Pupi Avati, «Un giorno perfetto» di Ferzan Ozpetek, «BirdWatchers» di Marco Bechis e «Il seme della discordia» di Pappi Corsicato. Il primo racconta la storia di un pittore fallito che cerca un riscatto personale nell'educazione della figlia timida e insicura, il secondo l'intrecciarsi dei destini di personaggi molto diversi fra loro nell’arco di ventiquattro ore, il terzo la storia di un appassionato dell’osservazione degli uccelli che incontra nella foresta amazzonica una donna rapita dagli Indios quand'era bambina e che è alla ricerca della sua famiglia, il quarto è la rielaborazione del più classico «La Marchesa di O...» di Heinrich Von Kleist.

Pubblicato da: dejudicibus alle 02:45

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Rubriche: cultura, italia, cinema, spettacolo, fantasy, fantascienza, ita

lunedì, 28 luglio 2008

Dominant culture speaks English

Yesterday I watched two documentaries, one on Discovery Civilization and another one on History Channel. Both channels are included in one of the bouquets of SKY Italia, the main pay-tv we have in Italy, resulting from the merge of Stream and Telepiù televisions. Just consider that in Italy we practically have no cable TV, since we have a good free broadcasting offering, so all pay-tv are based on satellites. By the way, all channels are dubbed, since most Italians do not like to watch movies with original audio and subtitles.

Most of documentaries of SKY channels are quite good, but when they deal with subjects I know, especially if they refer to Italy or Europe in general, I noticed that they often couch the point of view of Anglo-Saxon culture, mostly the American one. Well, most of those documentaries have been produced in USA or UK, so it is not a surprise and not necessarily a fault, but there is a worrying side effect.

National Geographic, Discovery Channel, History Channel, and most of such specialized channels are broadcasted in many different countries and usually dubbed in many different languages. So millions people in the world watch their documentaries. The result is that such a biased point of view is going to become global culture. All the other points of view are mostly ignored, especially from the new generations who have not the knowledge to verify if such an information is true or false, partial or impartial, complete or incomplete.

I do not want to debate here if the information televised through those documentaries is correct or not. Everybody may have his/her own opinion about. Quality is usually high, but culture is often a matter of opinion, and opinions may differ. In any case, it is a fact that most of documentaries made by Italian, French, German, and many other non-English producers are not distributed in English countries, especially USA. So, there is an asymmetrical situation.

This problem exists for movies too. In fact, cinema is another channel to spread concepts and culture in general. Most of non-English movies is not dubbed and a movie with subtitles cannot compete with an English movie. Furthermore, distributing a non-English movie in USA is a challenge. In fact, there is practically a trust that prevents foreign distributors to operate in the USA marketplace. On the other hand, more than 50% of movies distributed in Europe have been produced in USA, and of course, since they are dubbed, they can easily compete with local productions.

So, the result is that the English point of view is becoming more and more the dominant culture. This is true for movies, songs, books, and many other cultural assets. For example, a significant percentage of English writers are translated in other languages, whereas is extremely difficult that a novel author, who does not write in English language, is published in USA. Very few literary agencies take in consideration non-English writers, and only very famous published writers are translated to English.

Same for songs. Most of European radios broadcast American and British music, but very few songs in languages different from English are broadcasted in USA. Usually Spanish ones, because there are large Spanish communities in USA, but it is extremely rare that you can hear French, Italian, or German songs in USA or UK. Nowadays, more and more Italian singers are singing in English to be able to be distributed on the rich American marketplace.

This situation is affecting the web too. Most of the English blogsphere totally ignores the non-English ones. The opposite is not the same, since many non-English bloggers can read and comment English articles. In the Italian, French, German Wikipedia there are many articles about minor American personalities too, whereas unless a non-USA personality is very famous, it is very difficult he/she is mentioned in the English Wikipedia.

Several web 2.0 cultural related sites simply ignore everything that is not in English language. You cannot add Italian books to Shelfari, for example, and you cannot search images on Google by specifying in which language you are providing your search criteria. Google is not bad: it tries to identify the language according to your setting or the place where you are, but in Europe we are used to switch from a a language to another, so it should be possible to explicitly specify the language.

A similar problem exists in Microsoft Office: language is coupled to the keyboard. This is absolutely crazy. First of all because it make no sense to change the keyboard layout just to write in another language, even because in any case the physical layout of your keyboard cannot change, of course. Second, because it may happen in Europe that a Spanish individual working in Italy, would write in French by using an Italian keyboard and the English version of Word. A lot of European people knows two or more languages, but of course they have a single keyboard layout.

So, English is becoming the dominant culture, and all the other points of view are becoming extinct. Someone said that the history is written by the winners. If that is true, English language is going to be the winner, but... the winner of what? If there is a winner, there is a battle. Are we in war? Are we fighting a cultural war? No, we are not. We are loosing because we are not fighting. Trying to preserve non-English culture, spreading non-English point of view in USA or UK is not only a must for every non-English culture, but a value for English-speaking people too. Cultural diversity is a richness for Humanity, as well as biodiversity is a richness for Nature.

So, spread the word. Not only the English one, but all the words by all languages from Europe, Asia, Africa, Americas, and Oceania. And let us begin from the web!

Pubblicato da: dejudicibus alle 13:55

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martedì, 01 maggio 2007

Lord of War

«Le cinque principali nazioni a vendere armi nel mondo sono Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia e sono tutti e cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'ONU»

Termina così uno splendido film che ho visto recentemente su SKY Cinema, diretto da Andrew Niccol e interpretato da Nicolas Cage: «Lord of War».

Il film racconta la vita di un mercante d'armi vista attraverso i suoi stessi occhi. La pellicola si presenta, senza lasciar spazio a letture e interpretazioni, come un crudo resoconto di una realtà che tutti conosciamo ma che quotidianamente ignoriamo. Significativo l'incipit visivo, che mostra la storia di un proiettile dalla fabbrica fino all'inevitabile destino di ogni pallottola: sparata nella testa di un anonimo guerrigliero, uno dei tanti che combatte in una delle tante guerre senza senso in qualche parte sperduta del mondo.


Quello che più colpisce del film è l'assoluta mancanza di coscienza del protagonista, splendidamente resa da Cage. Siamo abituati a pensare ai cattivi come a persone malvage, consapevoli del male che fanno, al punto quasi da goderne. Insomma, gente che è facile odiare. Ma Yuri Orlov non è così. Lui è una persona normale, con i problemi e i pensieri di una persona normale. Ama veramente la moglie e il figlio, si preoccupa del fratello, è conscienzioso nel suo lavoro e dimostra competenza e quasi una sorta di passione nel farlo. Yuri vende armi come un altro venderebbe automobili o elettrodomestici, gli piace il lavoro che fa e non si preoccupa minimamente delle conseguenze delle sue azioni. Per lui vendere armi è come vendere sigarette o auto: in fondo sono milioni le persone che si ammazzano fumando o guidando. Se un venditore di tabacco o di autovetture può dormire tranquillo la notte, perché non lo dovrebbe fare lui? Questa l'impeccabile logica del mercante d'armi, il cui obiettivo è uno solo: dato che nel mondo ci sono 580 milioni di armi, circa una ogni dodici persone, bisogna convincere le altre undici ad acquistarne una.

Il fatto che la storia sia raccontata attraverso le parole dello stesso Yuri, rende questo contrasto ancora più accentuato. Alla fine, in un certo senso Yuri è un eroe, perché dimostra che i cattivi siamo noi, con la nostra ipocrisia, perché sono i nostri Governi a far sì che persone come Yuri possano esistere, e noi stesso ne traiamo dei benefici perché una parte della ricchezza di cui usufruiamo alla fin fine è anche il risultato di questo macabro mercato che arricchisce tanti Paesi cosiddetti "civili". E sebbene il nostro, di Paese, non sia nei primi posti in classifica, ha fatto anche lui la sua parte. Basti pensare alle mine italiane. Yuri è un eroe perché è onesto: non si nasconde, non cerca di giustificare quello che fa con belle parole e amor di patria. La sua coscienza è pulita perché fa bene il suo lavoro, lo fa per sé, per la sua famiglia, e per coloro che gli permettono e lo sostengono per farlo, gli stessi che invece di belle parole ne spendono tante per farsi belli davanti al mondo. Parlano di civiltà, di libertà, di patriottismo, di diritti civili. E noi li ascoltiamo, li appoggiamo, da una parte o dall'altra, perché queste persone non hanno colore o religione, partito o fazione. Permeano trasversalmente tutto il mondo della politica, dell'imprenditoria: ovunque ci sia potere, loro sono presenti. E se loro sono colpevoli di ipocrisia, allora, siamo veramente sicuri di non esserlo anche noi? In fondo, noi che facciamo per cambiare tutto ciò?

Pubblicato da: dejudicibus alle 13:32

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domenica, 04 febbraio 2007

Il cinema che non c'è

Ieri sera ho visto uno splendido film su SKY Cinema 1. Il titolo era «The Snow Walker» e, a quanto mi risulta, non è mai stato proiettato nelle sale cinematografiche italiane o trasmesso dalle maggiori emittenti nazionali, RAI inclusa. È la storia di un pilota canadese individualista e cinico che, nel 1953, precipita con il suo aereo, a causa di un'avaria, nella tundra artica. Con lui si trova Kanaalaq, una giovane Inuit ammalata di tubercolosi, che aveva accettato di trasportare presso il più vicino ospedale in cambio di un paio di zanne di tricheco. Non vi dirò di più, perché è un film che vale la pena di vedere. Posso solo aggiungere che ha una fotografia stupenda ed è il genere di pellicola da vedere da soli o con qualcuno a cui si vuole bene, in un momento di calma, senza interruzioni o distrazioni, magari in seconda serata.

Il film è tratto da un racconto di uno dei più conosciuti scrittori canadesi, Farley McGill Mowat. Diretto dal regista americano Charles Martin Smith, è interpretato da Barry Pepper, James Cromwell e da una splendida e toccante Annabella Piugattuk, che nel film parla per la maggior parte del tempo in lingua inuit.

Pubblicato da: dejudicibus alle 20:04

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