L'Indipendente

Tutto quello che gli altri non vi dicono

Direttore responsabile: Dr. Dario de Judicibus - ISSN 1824-8950


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lunedì, 07 gennaio 2008

SKY: vizi e virtù

Sono diversi anni che sono abbonato a SKY. Stanco di telegiornali diventati ormai solo canali di propaganda politica e promozione commerciale, di spettacoli insulsi in cui si regalano milioni di euro in giochi e quiz triti e ritriti, di film in "prima visione" già visti venti volte in TV, di tribune politiche e talk show dove la fanno da padroni le banalità e il cattivo gusto, di reality show che fanno a gara nel presentare il peggio di quello che l'umanità è capace di produrre, sono ormai anni che, salvo rarissimi casi, non guardo più i canali della RAI, di Mediaset e de La 7.

Da un punto di vista del servizio offerto SKY è sicuramente un fornitore valido. I canali che preferisco sono in primis lo SkyTG24 — adesso disponibile anche gratuitamente in rete — uno dei pochi telegiornali ancora obiettivi nel nostro Paese, i canali documentaristici del National Geographic e di Discovery Channel, i canali dedicati al cinema, soprattutto Cinema 1, Cinema 2 e Cinema Max, e i canali dedicati alle serie TV di Fox, Jimmy e Fantasy.

Dove tuttavia SKY è decisamente debole è nel CRM (gestione dei rapporti con la clientela), debolezza che ormai sembra essere diventata una caratteristica peculiare di tutti i maggiori marchi (ma di questo parleremo in un altro articolo). Al di là del fatto, sicuramente discutibile, di dover utilizzare un numero a pagamento per contattare non solo il supporto tecnico, ma anche quello commerciale — dovrebbe essere loro interesse che si chiami per ordinare altri servizi o pacchetti— e del fatto che la sezione Fai da te, accedibile anche dal sito SkyLife, non sia proprio il massimo in termini di usabilità e in alcuni casi non funzioni con browser diversi da Internet Explorer, esiste proprio un problema di gestione chiara e efficace del cliente.

Vi faccio due esempi.

Pubblicato da: dejudicibus alle 14:28

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Rubriche: media, televisione, ita , inchieste, industria, concorrenza, crm

mercoledì, 29 agosto 2007

Iene o cagnolini?

Sono decisamente perplesso... Navigando in rete ho trovato, segnalato su un forum, questo video delle Iene. Si tratta di un'intervista a Fabrizio Albergati, Responsabile Windows Business Group di Microsoft Italia. Il video parla di Windows Vista, il nuovo sistema operativo della Microsoft.

In effetti si tratta di una normale intervista come potrebbe farla un qualsiasi giornalista, ma il punto è proprio questo: Le Iene non sono giornalisti qualsiasi, ma cronisti d'assalto, che ci hanno abituati a interviste graffianti, a satira anche piuttosto pesante, spesso intesa a colpire ipocrisie, falsità e altri difetti che caratterizzano la nostra società.

Sia chiaro: lungi da me dall'affermare che siano una sorta di paladini moderni o di Robin Hood in bianco e nero. Gli argomenti trattati sono spesso imbarazzanti e il modo di farlo è decisamente provocatorio, ma raramente vengono affrontati problemi veramente delicati, tant'è che quelle poche vittime che riescono a reagire con un minimo di self-humor e un po' di ironia ne escono addirittura a testa alta. Alla fin fine sempre di spettacolo si tratta, un po' come gli spettacoli di satira edulcorata alla Pippo Franco che fanno ridere per primi proprio i politici che ne sono vittime, ben differente da quella all'acido solforico, ad esempio, di un Dario Fo.

Tornando al video in questione, comunque, l'impressione che se ne ha è quella di una bella pubblicità redazionale non dichiarata, termine che indica una vera e propria promozione, che non viene tuttavia esplicitamente dichiarata come tale com'è richiesto dalla legge. Non che sia un crimine o un peccato mortale, e comunque non voglio entrare in merito a eventuali problematiche di diritto penale che non conosco e che comunque in questa sede non mi interessano. Fatto sta che Le Iene è un marchio a tutti gli effetti e che, come tutti i marchi, è legato a un'immagine ben precisa, un'immagine che a mio avviso questa volta risulta un po' appannata.

Comunque, il collegamento al video ve l'ho messo all'inizio di questo articolo. Potete agganciarlo anche cliccando sull'immagine. Andate a vederlo e giudicate da soli. Poi, se ne avrete voglia, potrete riportare qui la vostra impressione e dirmi se la mia è, a vostro avviso, errata o meno.

Pubblicato da: dejudicibus alle 23:46

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Rubriche: comunicazioni, informatica, televisione, cronaca, intervista, giornalismo, umorismo, ita , informazione, concorrenza

venerdì, 30 marzo 2007

Ordini professionali? No, grazie.

Avete mai provato a fare causa a un avvocato? Una causa civile, intendo, magari perché vi ha calunniato o diffamato, o anche peggio. Beh, non ci riuscirete, specialmente se il suddetto avvocato è un ex-membro del Consiglio dell'Ordine.

Intanto non troverete nessun avvocato che faccia parte dello stesso ordine a livello regionale disposto a patrocinarvi. Se vi darà una mano lo farà nell'ombra, chiedendovi di non comparire in alcun modo, non solo per un'eventuale causa, ma persino per un semplice esposto all'Ordine. Già, perché l'Ordine obbliga i propri membri a lavare i panni sporchi in casa ed evitare qualsiasi causa in tribunale ogni qual volta possibile, soprattutto se la parte resistente è un avvocato. Se poi l'esposto lo mandate da soli, non fatevi grandi aspettative: nonostante l'Ordine abbia l'obbligo di rispondere entro un certo periodo, la vostra pratica potrebbe scomparire in qualche meandro burocratico o potreste semplicemente ricevere un mero «esposto archiviato» senza alcuna motivazione. In pratica l'Ordine può prmettersi il lusso di violare la legge senza temere alcuna conseguenza. Dopotutto, se non riuscite a fare causa a un suo membro, potete pensare seriamente di denunciare penalmente l'intero Ordine? Pura fantasia.

Ammesso poi che si arrivi in aula, se siete fortunati dovrete rivolgervi a un professionista di un'altra regione. Quelli della stessa se ne staranno bene alla larga. Ma se la vostra controparte è un ex-membro o un membro del Consiglio dell'Ordine, o magari un amico, parente, amante o conoscente di un membro o addirittura del Presidente dell'Ordine, allora avrete problemi a trovare qualcuno disposto a patrocinarvi persino a livello nazionale. Se gli chiederete il perché, nel migliore dei casi vi risponderà che «non vuole avere problemi»: leggerete nei suoi occhi la paura, quasi fosse minacciato da un'organizzazione criminale.

Ricapitolando: paura, omertà, insabbiamenti, ricatti, minacce... Ma stiamo parlando di un'istituzione democratica o di qualcos'altro? A me queste parole qualcosa lo ricordano, ma se proprio vogliamo evitare provocazioni eccessive, quantomeno non si può non parlare di corporativismo. Oltretutto l'Ordine, lungi dal garantire il rispetto di qualsivoglia deontologia professionale, fa da blocco in ingresso all'accesso alla professione da parte dei praticanti, tenendo limitata l'offerta sul mercato e quindi garantendo la domanda ai tanti ricchi studi legali che ti fanno pagare €10.000 solo per esserti seduto davanti all'avvocato per un primo consulto esplorativo.Tanto loro non pedono mai: che la causa la vincano o la perdano, loro pigliano comunque lo stesso compenso, senza contare che il sistema protezionistico applicato dall'Ordine garantisce comunque a tutti una domanda consistente. Nessuno di loro corre il rischio di rimanere senza clienti, finché fa parte del sistema.

Gli ordini professionali sono un'anomalia tutta italiana, che non ha equivalente all'estero e lontana anni luce dal libero associazionismo che dovrebbe caratterizzare le categorie professionali in un Paese civile. Nessun Governo, tuttavia, ha avuto finora il coraggio di abolirli. E così noi continuiamo a vivere in un sistema basato sull'ingiustizia e sull'ipocrisia, al cui confronto il nostro Medioevo è un esempio di illuminata civiltà.

Pubblicato da: dejudicibus alle 12:36

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Rubriche: cultura, politica, giustizia, ita , liberalismo, concorrenza

sabato, 29 luglio 2006

Broccoli e aspirine

Da quando è stato pubblicato il decreto Bersani, diverse categorie professionali sono scese in piazza. Fra queste, una di quelle più determinate a opporsi al cambiamento, è indubbiamente quella dei farmacisti. Perché? I famacisti accusano il governo di «voler trasformare il farmaco in un prodotto di largo consumo, il farmacista in un semplice commesso e le farmacie in un punto vendita alle dipendenze di una multinazionale». Ma è veramente così?

Pubblicato da: dejudicibus alle 11:37

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Rubriche: umorismo, ita , legge, commercio, governo, concorrenza, farmaceutica

martedì, 25 luglio 2006

Quel taxi chiamato desiderio

Arrivate all'aeroporto di Fiumicino, ritirate i vostri bagali e vi dirigete verso la fila dei taxi. Dopo aver atteso un quarto d'ora finalmente è il vostro turno. «Dotto', dove la porto?» vi chiede il tassista. «A Ostia, grazie.» rispondete salendo sulla vettura. Vi aspettate che il tassista faccia lo stesso, ma quello si gira e si mette a parlare con un collega dietro a voi. «Strano.» pensate. «Eppure dovrebbe conoscere la strada...» Ma quello passa alla macchina successiva e poi a quella dietro. Nel frattempo il tempo passa e voi iniziate a innervosirvi. Siete stanchi e non vedete l'ora di tornare a casa per farvi una bella doccia. Vi voltate e vedete che il tassista sta tornando. «Bene.» pensate «Era ora!» Ma quello, invece di sedere davanti, inizia a scaricare le valigie. Scendete, perplessi. «Che succede?» «Nulla, dotto'. È che a Ostia ve porta il mio collega.» Così vi trasferisce quattro taxi più indietro, senza altre spiegazioni. E naturalmente dovete aspettare che quelli davanti partano, visto che a Fiumicino la corsia è forzata e la coda è obbligata, ovvero non si può superare.

Arrivate all'aeroporto di Linate e vi mettete in fila per il taxi. Avete fretta. Per fortuna avete solo il bagaglio a mano. In compenso la fila è chilometrica e i taxi sembrano arrivare con il contagocce. Dopo quaranta minuti è il vostro turno. Prima di salire, tuttavia, chiedete all'autista quali carte di credito accetta. Siete in viaggio per lavoro e non avete avuto tempo per passare al Bancomat, e comunque, quando siete in viaggio, non vi piace portare addosso troppi contanti. «Carte di credito?» fà quello, quasi gli aveste chiesto se sua zia sia un elefante. «Sì, ha presente? Quei rettangolini di plastica con i quali in tutto il mondo si paga qualsiasi cosa...» Lo sguardo ebete, quello scuote la testa e fa passare un altro cliente. Nel frattempo è arrivato un altro taxi, ma quello dopo di voi vi ha preceduto, per cui vi tocca continuare ad aspettare. Ovviamente nessuno che mostri sui finestrini le decalcomanie con le carte, com'è sui taxi di qualsiasi Paese civile, per cui vi tocca chiedere ogni volta.

 

Dopo un po' arrivano altri tre taxi e il terzo — il Cielo sia lodato — non solo sa cosa sia una carta di credito, ma l'accetta persino in pagamento. Salite sul taxi, ma fatti dieci metri un vigile vi ferma e si mette a discutere col tassista. «Qual è il problema, ora?» Quello si volta e vi dice che le regole a Linate sono che uno non si può scegliere il taxi, ma deve prendere quello che gli capita in fila. Cercate di spiegare al vigile che lo avreste fatto volentieri, se quelli avessero accettato la vostra carta di credito, ma quello vi risponde che potevate anche andare al Bancomat a ritirare i soldi e che, solo per questa volta, non fa la multa a entrambi. Vi trattenete dal mandare a quel paese quell'idiota perché è già abbastanza tardi, ma una mezza idea di scrivere al Sindaco per spiegargli che non pensavate che Milano fosse ancora all'epoca dei Longobardi, tutto sommato vi viene.



Siete appena usciti da una riunione. Scendete giù in strada e chiamate un taxi. Come spesso succede a Milano, è periodo di fiere, per cui siete riusciti a trovare una stanza libera a non meno di 20 chilometri dalla città. Vi risponde una musichetta: dieci secondi che si ripetono all'infinito, interrotti solo da una voce femminile che vi spiega che tutti gli operatori sono occupati ma che, presumibilmente, qualcuno prima o poi vi risponderà. Intanto il contatore gira e la vostra carta prepagata inizia ad avvicinarsi pericolosamente alla soglia del credito esaurito. Finalmente, dopo più di otto minuti, un operatore vi risponde: date il nome, la via e il civico; quello vi chiede gentilmente di aspettare, che vede quali vetture siano disponibili. Un minuto, due, tre, «È ancora lì?» vi chiede. La tentazione di rispondere «E dove ca##o vuole che vada a piedi?» vi viene, ma vi limitate a un secco «Sì.» Altri due minuti... «Baccalà 666... fra 16 minuti.» Sedici cosa? Dunque, otto minuti ad ascoltare un pessimo brano di disco, altri cinque per trovare un taxi, altri sedici, che immancabilmente diventano venti, per vederlo arrivare davanti al civico dove state aspettando con la vostra bella ventiquattrore in mano. Quanto fa? Trentatre? Gli anni di Cristo. Chissà perché la cosa vi sembra quasi ironica: in fondo anche trovare un taxi quando a Milano ci sono le fiere è in fondo una croce!

Potrei raccontarvene altre, migliaia di altre, e sono sicuro che voi potreste fare altrettanto. Di tassisti, in Italia, ce ne sono pochissimi, tanto che si possono permettere di rifiutare un cliente, o di offrire un servizio di scarsa qualità: niente carte di credito, ritardi consistenti nel rispondere e nell'arrivare, macchine senza aria condizionata... c'è addirittura chi fuma mentre guida! «Che, dà fastidio, dotto'?» In Italia ci sono in media un quinto dei taxi che ci sono in media negli altri Paesi dell'Unione Europea. Eppure, quando si cerca di liberalizzare il mercato, fanno muro e bloccano il traffico delle nostre città. E se lo facessimo noi, una volta tanto, uno sciopero, non prendendo il taxi per un'intera settimana?

Pubblicato da: dejudicibus alle 14:49

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giovedì, 29 dicembre 2005

Troppo «seri» questi registi

Prendo spunto da un interessante articolo di Daniela Sanzone pubblicato su tamtamcinema, «Soldi al Cinema: Caccia al Ladro o Caccia alle Streghe?», per affrontare il penoso discorso della competitività del cinema italiano, soprattutto nei confronti di quello americano.

Nell'articolo in questione la Sanzone ricorda come troppo spesso gli aiuti statali al Cinema Italiano non solo non hanno aiutato la sua competitività, ma hanno rappresentato in molti casi una notevole perdita di denaro, come nel caso della pellicola di Ciprì e Maresco «Totò che visse due volte», che a fronte di 109 miliardi di lire erogati dallo Stato nel 1999 incassò complessivamente appena 18 miliardi. Contemporaneamente l'autrice, tuttavia, riconosce agli aiuti statali il pregio di aver aiutato nei loro esordi registi come Nanni Moretti, Pupi Avati, Silvio Soldini, Pappi Corsicato, e Mario Martone e per aver finanziato i fratelli Taviani, Bernardo Bertolucci, Silvano Agosti e tantissimi altri.

Pubblicato da: dejudicibus alle 16:39