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Molti pensano che il successo di Silvio Berlusconi sia dovuto al sostegno di una parte consistente del nostro Paese sostanzialmente conservatrice, conformista, egoista e clientelare. Assumere questo è un grave errore di valutazione, a mio avviso, perché non spiega perché oltre la metà degli elettori italiani abbia votato e buona parte continui comunque a sostenere l'attuale Presidente del Consiglio.
Il nostro è un Paese dove ogni aspetto della vita di un cittadino è strettamente regolamentato. In Italia non si può fare alcunché senza dover riempire carte, pagare balzelli di ogni tipo, giustificare con veri o presunti controlli ogni opera e ogni attività si metta in piedi. Un sistema in pratica che castra ogni iniziativa o che costringe chi vuole comunque andare avanti a farlo in violazione di leggi e normative, mettendosi così di fatto a rischio di ricatto da parte delle istituzioni e non solo. Abbiamo oltre 90.000 leggi là dove in Francia, ad esempio, ce ne sono solo 5.000, ovvero meno di un decimo. In molti casi la legge è inapplicabile o la sua applicabilità è troppo onerosa se non addirittura comporta conseguenze al limite del ridicolo. Basti ricordare quando qualcuno, una ventina di anni fa, fece approvare una legge per cui sui windsurf doveva essere obbligatoria la pistola a razzo e — sembra impossibile ma è vero — l'ancorotto.
E così, se da una parte a Roma ci sono ancora interi quartieri abusivi o in cui il 90% delle abitazioni ha vani la cui destinazione d'uso è stata illegalmente modificata, il tutto perfettamente a conoscenza di tutte le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi anni, sia di centrodestra che di centrosinistra, da noi, è possibile che un vicino ti impedisca di pavimentare un pezzo del tuo giardino per poterci parcheggiare la macchina facendo un semplice esposto e senza, per giunta, che tu possa sapere chi è stato. Insomma, neppure in casa tua puoi fare quello che vuoi, anche se nel farlo non dai fastidio a nessuno.
La democrazia di un Paese non si giudica dal numero di partiti
ma dalla presenza di una libera informazione.
Dario de Judicibus, Roma, 4 agosto 2008
Libera informazione: due parole che fanno fatica a stare assieme. La società moderna potrà anche prendere forme molto diverse da quelle che l'hanno preceduta, ma condivide con esse più caratteristiche di quanto si possa pensare. I principi democratici che affermano che sia il popolo ad avere il potere sono spesso nelle democrazie moderne una sorta di illusione collettiva che giustifica in modo più sottile e sofisticato una realtà che esiste da sempre, ovvero che il potere è in mano a gruppi più o meno grandi che se lo contendono con guerre oggi sempre meno visibili ai più.
Una volta tali gruppi si chiamavano nobili, mercanti, clero. Oggi hanno altri nomi e a volte non hanno neppure un nome. A volte neppure sappiamo che esistono, tanto che molti uomini e donne di potere hanno nomi sconosciuti all'opinione pubblica che raramente compaiono sui giornali o sulle riviste di gossip.
Una differenza c'è, tuttavia, col passato. Al contrario di quanto succedeva nelle società antiche, molti di questi gruppi giustificano oggi formalmente la loro esistenza con il consenso. Partiti, sindacati, ordini professionali, associazioni, affermano di esercitare il potere per conto di chi ha dato loro il consenso e quindi elettori, lavoratori, professionisti, cittadini comuni. Ma esiste davvero questo consenso, e se esiste, come viene ottenuto?
Riporto come pubblicato sul sito dei Radicali Italiani:
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Elezioni: i nomi dei nove Radicali candidati nelle liste del Partito Democratico Roma, 1 marzo 2008 Dichiarazione di Rita Bernardini e Marco Cappato, Segretari nazionali rispettivamente di Radicali Italiani e dell’Associazione Luca Coscioni: A seguito dell’accordo politico-elettorale siglato nella giornata di ieri, rendiamo noto che i nove candidati radicali nelle liste del Partito Democratico, in assoluta certezza di “elezione”, sono Emma BONINO, Marco BELTRANDI, Rita BERNARDINI, Maria Antonietta FARINA COSCIONI, Matteo MECACCI, Marco PERDUCA, Donatella PORETTI, Maurizio TURCO, Elisabetta ZAMPARUTTI. |
Devo dire che sono veramente perplesso e un po' preoccupato dalla naturalezza con la quale nel comunicato si riporta la locuzione «in assoluta certezza di elezione». Chiariamo subito che la questione non riguarda solo i Radicali ma di fatto tutti i partiti, soprattutto quelli che sanno già di poter contare su un certo numero di voti, e che, in mancanza di un voto di preferenza, è chiaro come qualcuno sia già in grado evidentemente di farsi i conti in tasca e assegnare un certo numero di poltrone.
Quello tuttavia che mi dà fastidio è con quanta naturalezza e facilità si accetti il fatto che alla fin fine, indipendentemente dal risultato delle elezioni e dal voto dei cittadini, sia già possibile stabilire da parte di molti partiti chi ci dovrà "rappresentare" in Parlamento. È la legge attuale, lo so, ma dà fastidio comunque. Alla fin fine uno dei caposaldi della democrazia, ovvero la rappresentatività, è stato messo da parte senza colpo ferire, senza che nessuno se ne curi, non dico creare scandalo, ma almeno portare al dibattito.
Alla fine, chi conta davvero nei vari partiti, chi ha i migliori agganci e una maggiore influenza all'interno delle singole coalizioni, ha già la certezza matematica di essere eletto ancor prima che si aprano i seggi. In una vera democrazia, nessuno dovrebbe avere tale certezza, anche dovesse basarla sui sondaggi, perché durante la campagna elettorale dovrebbe essere solo il confronto fra i candidati e fra candidati ed elettori a contare.
Così non è in Italia, almeno per queste elezioni. Alcuni si chiedono se sia il caso di andare a votare. Io piuttosto mi chiedo: ma serve davvero il nostro voto? A volte ho l'impressione che questa classe politica ne farebbe volentieri a meno.