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Una giornata con Consuelo
di Consuelo Battistelli

Mi chiamo Consuelo, Consu per gli amici, e sono nata a Mantova il 14 agosto — ma sì, dài, lo posso ancora dire — del 1977. Da poco più di un anno risiedo a Roma dove sono capitata per caso rispondendo, più o meno consciamente, a un'offerta di lavoro di una grande multinazionale. Non so cosa mi sia preso quel giorno quando mi hanno chiamata, ma alla fine mi sono decisa, per la verità senza neache pensarci su troppo o consigliarmi con qualcuno. Certo mi sono domandata come se la potrà mai cavare una non vedente in una città così grande e dispersiva, a più di 500 km dalle persone che conosce e che la possono aiutare, completamente sola e senza alcun riferimento? Solo ch emi sono posta la questione solo quando mi sono ritrovata con in mano la valigia alla stazione Termini. Detta così può sembrare tragica, ma l'avventura è iniziata proprio così e continua tuttora!
Non voglio minimizzare le tante difficoltà che ci sono state e che ci sono tuttora, ma si cerca di affrontarle quotidianamente sempre con il sorriso sulle labbra e con una buona dose di ironia e autoironia. Altrimenti chi si alzerebbe il mattino, ragazzi? Già sentire quell'aggeggio del mio orologio che con voce metallico-tedesca mi dice «Prima sveglia, sono le ore 6.30»...
Veramente io ne metto due di aggeggi, perché ho sempre l'ansia di non svegliarmi dal momento che non vedo uno straccio di raggio di luce, cioè quello che i normali o normodotati — o come cavolo si vogliano chiamare quelli con le diottrie — percepiscono dalla finestra. Poi la colazione, che va preparata e, naturalmente, un'occhiata — si fa per dire, ovviamente, dato che un'orecchiata suona piuttosto male — al TG per le prime notizie della giornata. Purtroppo si dimenticano sempre di recapitarmi il giornale sotto la porta. Ovviamente scherzo, non saprei cosa farmene (sorriso).
La Camera ha votato la fiducia al governo sul provvedimento relativo al disegno di legge in materia di intercettazioni con 325 sì e 246 no. Questa la notizia. Ovviamente il risultato del voto ha scatenato la solita proliferazione di polemiche, dentro e soprattutto fuori dalla rete. Da una parte si parla di maggiori garanzie per i cittadini, dall'altra di morte della Giustizia. Perché scrivo queste cose, che peraltro basta aprire un qualunque giornale in rete, blog o forum politico per sapere? Ebbene, NON è per parlare del provvedimento in sé. Quello, non ha la minima importanza, almeno non per quello che voglio dirvi. Di teatrini come questo ne abbiamo già visti tanti e tanti ancora ne vedremo. Voglio piuttosto parlarvi di religioni e di fede.
Cosa c'entra la fede con il disegno di legge in materia di intercettazioni? C'entra, eccome se c'entra, perché l'opinione pubblica che come al solito si divide su questa come su qualsiasi altra questione in questo piccolo Paese chiamato Italia, è fondamentalmente basata sulla fede. Se infatti andate a leggere la notizia sul «Corriere della Sera», su «La Stampa», su «La Repubblica», su «Il Messaggero», su «Il Giornale» e su «L'Unità», tanto per nominare alcuni giornali in rete, vi accorgerete che vi dicono tutto MENO l'unica cosa che veramente conta, ovvero cosa ci sia scritto ESATTAMENTE nel disegno di legge in questione. Non che negli articoli non si parli dei contenuti del disegno di legge, ma indirettamente, ovvero attraverso la bocca dei sostenitori così come dei detrattori, a seconda dei casi. E lo stesso vale anche per i telegiornali. Fra i più equilibrati quello di Sky, che tuttavia si limita anch'esso a dare voce alle due parti, senza fornire una scheda chiara ed esaustiva dei contenuti della proposta. E se si parla di contenuti nei dibattiti televisivi, lo si fa sempre e comunque tramite coloro che sono coinvolti direttamente a livello politico, ognuno con la propria verità, ovviamente. O ci credi, oppure no.
La conseguenza la vediamo in rete: ognuno prende una posizioni a priori a seconda dell'orientamento politico. Chi è del centrosinistra o comunque dell'opposizione grida allo scandalo, chi è del centrodestra ribatte che è un atto dovuto; entrambe le parti ripetono a pappagallo quello che hanno letto e che hanno detto i loro beniamini assumendo che abbiano assolutamente ragione. E naturalmente non ha importanza chi l'abbia davvero, ammesso che sia tutta da una o dall'altra parte: l'errore è lo stesso. Vorrà dire che la prossima volta si scambieranno le parti in termini di ragioni o torti, continuando tuttavia a sbagliare.
E questo perché quasi nessuno si va studiare davvero il disegno di legge, perché come tutte le leggi è oggettivamente complicato, e come in tutte le leggi i problemi si nascondono tra le parole e nelle virgole. Non è infatti facile comprendere tutte le implicazioni di determinate affermazioni, anche perché spesso sono scritte proprio perché possano essere interpretabili e spesso fanno riferimenti ad altri articoli e leggi in un intersecarsi labirintico del quale non è facile trovare il bandolo della matassa. Se così non fosse esisterebbe solo il Diritto, non la Giurisprudenza. Fatto sta che a parte pochi eletti che hanno studiato tali materie, la maggior parte di noi, e mi includo tranquillamente, non ci capisce proprio niente di Legge e quindi non è in grado di valutare se le varie affermazioni fatte da politici e magistrati siano o meno vere. L'esperienza insegna che probabilmente lo sono entrambe, ma ognuna solo quella parte di verità che fa comodo per sostenere la propria tesi. D'altra parte in una qualsiasi legge, anche non complessa, si possono sempre estrapolare parti atte a dimostrare tutto e il suo contrario. È un esercizio che insegnano a scuola, per chi studia Legge. Un po' di retorica, un pizzico di pelo sullo stomaco, mettere il tutto in caldo fino al prossimo talk show, e il gioco è fatto.
Questo non vuol dire che la proposta in questione sia buona né d'altra parte che sia cattiva, ma solo che non abbiamo i mezzi per capirlo direttamente dalla legge stessa e che quindi dobbiamo fare appunto un atto di fede, ovviamente nei confronti della parte alla quale ci sentiamo più vicini. Odiate Berlusconi? Lo considerate un delinquente che pensa solo ai suoi interessi? Allora ovviamente questa legge è un obbrobrio ed è fatta al solo e unico scopo di proteggere tali interessi. Adorate Berlusconi? Lo considerate il salvatore della Patria? Beh, allora questa legge non può che essere un altro esempio di come il nostro Presidente del Consiglio protegge i diritti dei suoi cari cittadini (ed elettori).
Qual è allora il problema, fermo restando che come avete iniziato a leggere questo articolo vi sarete già posti la fatidica domanda «Ma questo di che parte è? E qual è la sua opinione su questa proposta?» Il problema è che da noi non esiste un'informazione indipendente — e questo lo sapevamo — ma soprattutto sembra non esista neppure un'informazione competente, e questo, visto che di giornalisti in gamba ce ne sono tanti, lascia un po' più perplessi. In pratica, la domanda che mi pongo è: «Possibile che non ci sia un solo giornalista nel nostro Paese sufficientemente esperto in materia, capace di leggere la proposta di legge e sintetizzarla, senza esprimere opinioni, ma solo chiarendo con parole semplici il significato dei vari comma che essa contiene, lasciando poi a noi di costruirci un'opinione indipendente? E se c'è, perché non lo fa? Non ne ha voglia? È demotivato? Tanto è lo stesso e non cambia nulla? O peggio... Non glielo lasciano fare? L'editore o la redazione lo bloccherebbero?»
Queste sono le vere domande che dobbiamo farci, perché cosa contenga questa legge è una questione di attualità, ma perché nessuno super partes ce la spieghi chiaramente è un problema sistemico e fisiologico del nostro Paese, che continuerà a ripetersi ad libitum se non chiariamo una volte per tutte questo punto. Perché la politica non può e non deve essere una religione e non è sulla fede che deve basarsi l'opinione pubblica ma su un'informazione corretta e puntuale e sulla consapevolezza di quali principi debbano guidare una democrazia moderna. Il resto serve solo per riempire le pagine dei forum, tanto sappiamo già tutti come va a finire dopo il sesto commento: in rissa.
Se abitate in Lombardia e vostro figlio vi chiede un cono gelato mentre camminate per la strada, sgridatelo sonoramente perché vi ha appena chiesto di commettere un reato! Già, perché da oggi mangiare per strada un panino, una pizzetta o un gelato è diventato un vero e proprio crimire in quella regione, punibile con una multa fino a tremila euro. La geniale idea è ancora una volta una delle tante trovate della Lega, che sempre più infestano comuni e regioni. In pratica, per colpire le kebaberie, evidentemente colpevoli di avere un notevole successo non solo fra magrebini e immigrati ma ormai anche presso molti connazionali — kebab e falafel sono molto saporiti e costano decisamente poco — hanno fatto approvare una legge che di fatto impedisce di poter mangiare per strada.
La Lombardia e la legge anti-kebab
Anche per gelati e panini vietate le consumazioni sui marciapiedi dei locali
MILANO — Giro di vite in Lombardia per take-away, kebaberie, ma anche gelaterie, pizzerie d'asporto, rosticcerie e piadinerie. Saracinesce giù tassativamente non oltre l'una del mattino. Posate e bicchieri usa e getta. Vietato consumare sui marciapiedi fuori dai locali. Pena sanzioni fino a 3 mila euro.
Si tratta chiaramente di un provvedimento discriminatorio e razzista, in quanto nato espressamente per le kebaberie, dato che da noi gelaterie, creperie, rosticcerie, paninoteche e bancarelle varie che offrono vari tipi di cibi da consumare per strada sono sempre esistite, soprattutto nelle città turistiche, e nessuno si è mai sognato anche solo di ipotizzare una legge del genere.
Non potendo tuttavia scrivere nella legge esplicitamente che essa è applicabile solo ai venditori di kebab, dato che persino per la Lega sarebbe sembrato troppo chiaramente discriminatorio, hanno introdotto nell'articolo 2 di suddetta legge il comma 2 che «vieta il consumo dei prodotti negli spazi esterni al locale». Voglio proprio vedere se cercheranno di farlo applicare anche davanti a MacDonald e gelaterie italiane.
Ormai la situazione ha raggiunto il ridicolo: nel nostro Paese decine di sindaci, soprattutto della Lega ma non solo, stanno facendo a gara per proibire le attività più comuni. In molte città una coppietta non si può più baciare per strada, che siano due ragazzini innamorati o un'anziana coppia che sta festeggiando le nozze d'oro; in alcuni parchi non ci si può sedere su una panchina dopo una certa ora, in altri non si può fare un picnic, su molte spiaggie non si può passeggiare la sera... per non parlare dell'abbigliamento! Qui sono proibiti i bermuda, là le magliette, quella camicetta è troppo scollata, quei sandali non vanno bene! E questo non in musei o chiese, ma per strada!
Insomma, è proibito vivere! Dicono che la Storia si ripete... se è così, manca solo che ritorni per le italiche strade il Savonarola e il cerchio sarà chiuso. Non c'è da stupirci se ci è stato tolto pure il diritto di decidere come morire: forse qualcuno ha paura che si stacchi l'alimentazione forzata anche al nostro Paese, ormai chiaramente malato terminale.
Stasera mi è capitata sotto le mani una copia di Epolis Roma. A pagina 6, in fondo a destra, nella rubrica intitolata «Quale diritto in famiglia», mi sono ritrovato a leggere un articolo che mi ha lasciato decisamente molto perplesso. Come spesso succede in questo genere di rubriche, è stato scritto da un avvocato, Simona Napolitani; assumo divorzista, dato l'argomento.
Ho ritenuto giusto riportarlo qui integralmente, esattamente come è stato pubblicato dal quotidiano, in modo che possiate formarvi una vostra opinione a riguardo e anche perché non è particolarmente lungo. Per comodità ho tuttavia inframezzato il testo integrale, riportato in blu e con un carattere con grazie come questo, con i miei commenti. L'articolo si intitola: «Quando l'assegno mensile lo chiede lui».
Era il 4 luglio 1776 quando, a Philadelphia, venne approvata la Dichiarazione d'Indipendenza di quelli che in seguito sarebbero diventati gli Stati Uniti d'America. Essa contiene forse la summa di quelli che furono i principi dell'Illuminismo di libertà e uguaglianza fra gli uomini, principi che ancora oggi stentano ad essere pienamente accettati anche in Paesi che, come il nostro, si dicono democratici:
Tutti gli uomini sono creati liberi e uguali e hanno uguale diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. Ogni qual volta un governo tende a negare questi fini, il popolo ha il diritto di mutarlo o di abolirlo e di istituire un nuovo governo nella forma che il popolo ritenga più adatta a procurare la sua sicurezza e la sua felicità.
Se la leggiamo con attenzione, non è difficile rendersi conto di come essa sia molto più rivoluzionaria di quanto si possa pensare, anche per i giorni nostri. Tanto per cominciare essa stabilisce che nasciamo tutti uguali e con gli stessi diritti. Tuttavia, da lì in poi, sta a ogni individuo cercare la propria strada. Questa affermazione pone implicitamente le basi per un sistema meritocratico in cui a tutti vanno date pari opportunità ma non garantito pari successo. Quello ognuno se lo deve conquistare con i propri mezzi. Questo modo di pensare è lontano anni-luce da quello italiano dove le meritocrazia sembra quasi una brutta parola che nasconde al suo interno una discriminazione implicita di una parte del popolo. E in effetti è vero: la meritocrazia discrimina gli stupidi, i furbi, i fannulloni, i parassiti, ovvero tutte quelle classi sociali che da noi sono protette, soprattutto da un sistema giudiziario che libera terroristi e condanna chi difende sé e la propria famiglia; di una società che sostiene nei divorzi, in nome di un falso femminismo, una cultura del mantenimento che è l'antitesi dei principi femministi; di un sistema politico che libera ladri ed assassini perché non è stato capace di gestire e amministrare in modo intelligente il sistema carcerario. Da noi le parole d'ordine sono garantismo e assistenzialismo, principi in sé non necessariamente negativi: tutto sta a vedere cosa si garantisca e chi e come si assista.
Un secondo punto sul quale vorrei attirare l'attenzione è la ricerca della felicità. Dopo la "vita" e quindi anche la "sicurezza", dopo la "libertà" e quindi tutte quelle libertà che rappresentano diritti fondamentali dell'essere umano, ecco che al terzo posto viene la "ricerca della felicità". Potrebbe far sorridere, ma non è così. Vivere non ha senso se la vita non ha una sua qualità e dignità. Avere semplicemente da mangiare o un tetto sotto il quale dormire non è sufficiente per un illuministra e liberista. Quanto diversa è questa affermazione da quella dell'articolo uno della nostra Costituzione che afferma che il nostro Paese «è fondato sul lavoro». E lo è in effetti, perché tutti i parassiti e i furbi che in Italia spesso hanno il potere, campano sulle spalle degli altri, ovvero di chi davvero lavora. Il punto è che nella nostra Costituzione è lo Stato ad avere il primato sul cittadino, proprio il contrario di quanto affermato nella dichiarazione d'indipendenza americana. La nostra Costituzione rappresenta quindi un peccato originale, causa prima di una cultura e una mentalità incapace di premiare il merito e l'iniziativa individuale, un brutto compromesso fra liberismo, cattolicesimo e socialismo nato da una particolare contingenza storica e ormai del tutto obsoleto quanto lo sono fascismo e comunismo.
La ricerca della felicità ha poi un corollario molto importante. Poter cercare la felicità vuol dire poter cercare di realizzare i propri sogni e questo in una società come la nostra — quella italiana, intendo — dove tutto ciò che non è permesso è di fatto proibito, non è di fatto possibile. Da noi lo Stato entra nel merito di tutto, spesso a sproposito. La ricerca della felicità quindi implica che tutto ciò che non è proibito o regolamentato sia permesso, e che va proibito e regolamentato solo il minimo possibile. Lo Stato deve garantire i più deboli, sostenere e aiutare chi oggettivamente non ha mezzi e risorse, non impedire a tutti gli altri qualsiasi iniziativa o renderla di fatto irrealizzabile caricandola di tasse e balzelli. Il nostro, invece, è il Paese delle non-opportunità, dove il termine "visionario" vuol dire "pazzo", nel migliore dei casi "idealista" e non, come nella cultura americana, colui che è capace di vedere oltre, che ha una visione più ampia, ovvero una risorsa preziosa su cui costruire il futuro di un Paese.
E veniamo alla seconda parte della dichiarazione sopra riportata. Sembra esprimere il diritto dei cittadini a eleggere i propri rappresentanti per il governo dello Stato, ma in realtà è molto più forte di quanto appaia a una prima lettura. Essa infatti afferma il diritto dei cittadini ad abolire un governo che non rispetti i principi sopra esposti, non semplicemente di non riconfermarlo alle elezioni successive. Non solo: stabilisce il diritto di poter decidere di cambiare addirittura la forma di tale governo, non solo il governo in sé. Volendo applicare tali principi all'Italia, vorrebbe dire che a un certo punto i cittadini, stanchi di questo sistema parlamentare e di questo falso bipartitismo, potrebbero decidere di anullare tutto e di chiedere, ad esempio, di passare a una repubblica presidenziale. Questo è veramente «potere al popolo», non quella farsa di elezioni in cui ai cittadini italiani non è permesso neppure di decidere chi in effetti debba sedersi in Parlamento e soprattutto che non permette loro di scegliere davvero il Governo, dato che non spetta a loro eleggere il Presidente del Consiglio.
Come italiani, abbiamo molto da imparare da quelle parole, scritte più di due secoli fa. Come Paese, abbiamo poche speranze. Per la nostra classe politica e purtroppo per molti italiani, cresciuti in una cultura troppa abituata al privilegio e ad aspettare che a fare le cose siano gli altri, ci sono poche speranze di vedere riconosciuti tali principi. Anzi, il solo affermare che essi siano validi rispetto a quelli sanciti dalla nostra, di Costituzione, verrebbe quasi considerato un tradimento. Purtroppo i difetti dell'Italia affondano le loro origini nel lontano Cinquecento, quando Lorenzo il Magnifico inventò la cosiddetta politica dell'equilibrio che impedì che anche nel nostro Paese si formasse uno Stato forte e unito come già era avvenuto in Inghilterra, Francia e Germania. Fu tale politica ad aprire le porte dell'Italia alla dominazione straniera con Carlo VIII d'Angiò prima e le Guerre Italiane fra Carlo V e Francesco I di Francia poi. Forse se papa Alessandro VI non fosse morto prematuramente, un'Italia unita sarebbe sorta ad opera di Cesare Borgia alcuni secoli prima di quanto poi avvenne, ma sarebbe stata certo un'altra storia. Non sapremo mai come si sarebbero sviluppati gli eventi. Fatto sta che la mentalità contradaiola e provinciale italiana, incapace di fare fronte unico di fronte ai problemi, sembre pronta alla polemica e a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati, trae le sue origini da quei secoli lontani dai quali non siamo mai davvero riusciti a riaverci. Si parla tanto di federalismo, ma se questo deve essere una brutta copia della divisione amministrativa attuale in cui anche il più piccolo Comune può bloccare importanti iniziative nell'ambito della logistica e dei trasporti delle quali trarrebbe vantaggio tutto il Paese, allora il risultato finale sarebbe una nuova "Italietta" fatta di staterelli autonomi pronti ad essere fagocitati, questa volta sul piano economico, dalle grandi superpotenze del libero mercato, ovvero le Corporation. Neanche la ricca Padania e il Triveneto si salverebbero.
Forse qualcuno penserà che la Storia sono solo date ed eventi lontani, ma non è così. Pochi secoli sono nulla nel cammino di una società e quanto è successo nei secoli che hanno preceduto l'inizio del Terzo Millennio è alla base di quello che siamo noi oggi. Non si possono comprendere gli eventi politici e i cambiamenti sociali che attraversa il nostro Paese se non li si legge in funzione dei secoli che li hanno preceduti. Per un singolo individuo forse essi saranno lontani nel passato, ma per una società è semplicemente passato prossimo. L'influsso di Benedetto Croce e del Crocianesimo, ad esempio, che ha stabilito il primato dell'Umanesimo sulla Scienza, è alla base del profondo analfabetismo scientifico che esiste nel nostro Paese e alla Sindrome di Frankenstein che vede in qualsiasi nuova tecnologia, dal nucleare ai telefoni cellulari, dai termovalorizzatori agli OGM, un tremendo pericolo da ostacolare ad ogni costo. Non parliamo poi del Creazionismo e del fatto che è solo da pochi anni che i Quaderni di Darwin sono stati tradotti in italiano. Poco manca che spunti prima o poi un nuovo Savonarola. Sarebbe la ciliegina sulla torta. E mentre il resto del mondo va avanti e i Paesi emergenti ci superano in ogni classifica, noi sprofondiamo in un limbo sempre più profondo, attingendo alla Storia solo per ricordare fasti passati, dagli Antichi Romani al Rinascimento, dal Risorgimento alla Resistenza, incapaci ormai di crearni di nuovi per le generazioni che verranno.
Il sondaggio proposto oggi sul sito de «La Stampa» chiede se sia giusto boicottare la cerimonia d'apertura dei Giochi Olimpici 2008 che si terranno a Pechino. Dopo le affermazioni del Presidente dei senatori del PdL Maurizio Gasparri e del Ministro della Gioventù Giorgia Meloni, la polemica, tanto per cambiare, ha assunto toni piuttosto accesi.
Personalmente penso che la domanda che si pone «La Stampa» e che ho ascoltato più volte in diversi servizi televisivi nei vari telegiornali sia assolutamente sbagliata. È una domanda fuorviante, che evita il problema di fondo.
A mio avviso, infatti, ci dovremmo chiedere se piuttosto sia giusto fare pressioni su quei Paesi che non rispettano i diritti umani attraverso iniziative che, pur non penalizzando i cittadini spesso incolpevoli di quei Paesi, colpiscano significativamente l'immagine del Paese stesso e quindi di quel Governo.
Perché se la risposta è sì, allora quasi ogni Paese del mondo, dalla Cina alla Russia, dagli Stati Uniti alla stessa Italia, seppure in misure differenti, dovrebbe subire tali pressioni. Tutti i Paesi del mondo, infatti, anche quelli che si dicono più democratici e rispettosi dei diritti umani, hanno i loro scheletri negli armadi. Non bisogna infatti pensare che non rispettare i diritti umani voglia dire agire al di fuori delle leggi. In molti casi sono le stesse leggi a legittimare tali violazioni. Vale per tutti, compreso il nostro Paese, dove più di una legge rende perfettamente legale azioni che sul piano etico sono a tutti gli effetti violazioni di diritti assolutamente fondamentali.
E forse è per questo che oggi ci chiediamo se è giusto agire nei confronti della Cina: perché se non avessimo la coda di paglia, non avremmo dubbi, la risposta sarebbe sì.