L'Indipendente

Tutto quello che gli altri non vi dicono

Direttore responsabile: Dr. Dario de Judicibus - ISSN 1824-8950


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venerdì, 25 settembre 2009

Una giornata con Consuelo

Una giornata con Consuelo
di Consuelo Battistelli

Mi chiamo Consuelo, Consu per gli amici, e sono nata a Mantova il 14 agosto — ma sì, dài, lo posso ancora dire — del 1977. Da poco più di un anno risiedo a Roma dove sono capitata per caso rispondendo, più o meno consciamente, a un'offerta di lavoro di una grande multinazionale. Non so cosa mi sia preso quel giorno quando mi hanno chiamata, ma alla fine mi sono decisa, per la verità senza neache pensarci su troppo o consigliarmi con qualcuno. Certo mi sono domandata come se la potrà mai cavare una non vedente in una città così grande e dispersiva, a più di 500 km dalle persone che conosce e che la possono aiutare, completamente sola e senza alcun riferimento? Solo ch emi sono posta la questione solo quando mi sono ritrovata con in mano la valigia alla stazione Termini. Detta così può sembrare tragica, ma l'avventura è iniziata proprio così e continua tuttora!

Non voglio minimizzare le tante difficoltà che ci sono state e che ci sono tuttora, ma si cerca di affrontarle quotidianamente sempre con il sorriso sulle labbra e con una buona dose di ironia e autoironia. Altrimenti chi si alzerebbe il mattino, ragazzi? Già sentire quell'aggeggio del mio orologio che con voce metallico-tedesca mi dice «Prima sveglia, sono le ore 6.30»...

Veramente io ne metto due di aggeggi, perché ho sempre l'ansia di non svegliarmi dal momento che non vedo uno straccio di raggio di luce, cioè quello che i normali o normodotati — o come cavolo si vogliano chiamare quelli con le diottrie — percepiscono dalla finestra. Poi la colazione, che va preparata e, naturalmente, un'occhiata — si fa per dire, ovviamente, dato che un'orecchiata suona piuttosto male — al TG per le prime notizie della giornata. Purtroppo si dimenticano sempre di recapitarmi il giornale sotto la porta. Ovviamente scherzo, non saprei cosa farmene (sorriso).

Pubblicato da: dejudicibus alle 14:36

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martedì, 25 agosto 2009

Le nuove leggi razziali

Il 19 agosto le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia che il deputato della Lega Nord Gianluca Buonanno, sindaco di Varallo Sesia, in provincia di Vercelli, ha emesso un'ordinanza che vieta l'utilizzo del burkini alle donne musulmane nelle piscine e lungo i fiumi e i torrenti del comune in questione.

Possiamo affermare che si tratta di un'ordinanza discriminatoria, ovvero da considerare né più né meno come le leggi razziali varate in Italia verso la fine degli anni trenta durante il regime fascista, allora nei confronti delle persone di religione ebraica? Possiamo se dimostriamo che il burkina non viola tre importanti principi che altrimenti giustificherebbero il provvedimento: sicurezza, igiene e senso del pudore.

Consideriamo quest'ultimo: il burkini è per definizione l'antitesi di un capo sexy o provocante, anche perché lo speciale tessuto non si attacca al corpo quando è bagnato, per cui non offende certo il senso del pudore più di quanto possano fare un paio di bermuda e una maglietta. Anzi, quest'ultima, bagnata, se non si indossa al di sotto il top del bikini, è molto più provocante per cui affermare che il burkini possa offendere il senso del pudore di altri bagnanti è ben più che falso: è ridicolo.

Veniamo alla sicurezza. Il burkini lascia scoperti mani, piedi e soprattutto viso. Certo copre i capelli ma non più di quanto potrebbe fare una cuffia da bagno, obbligatoria nelle piscine, o il cappuccio di una muta da sub. È quindi evidente che non impedisce l'identificazione di chi lo indossa, non più di quanto lo impedirebbe l'abbigliamento tipico che si indossa d'inverno nelle nostre città quando fa freddo: cappotto, sciarpa, cappello o cappuccio. Se questo fosse il motivo, sarebbe quindi assolutamente strumentale.

Terzo punto: l'igiene. Il burkini è un costume da bagno, ovvero viene disegnato e realizzato con un apposito tessuto espressamente per fare il bagno, esattamente come i bikini, i bermuda da surf, le mute da sub e via dicendo. Se poi si tiene presente che molti italiani che hanno una pelle particolarmente sensibile al sole hanno preso l'abitudine di farsi il bagno con addosso una t-shirt, come è consigliato da sempre nei Paesi tropicali, specialmente ora che il sole sembra essere molto più intenso di una volta e che c'è stato un incremento dei melanomi dovuti ai raggi UV nel nostro Paese, è chiaro che considerare il burkini non igienico è un'affermazione senza fondamento. Semmai è molto meno igienica una t-shirt usata sia in acqua che in spiaggia. Inoltre la questione dell'igiene dovrebbe riguardare al massimo le piscine. Applicarla anche a fiumi e torrenti è decisamente assurdo. Le nostre acque soffrono di ben altri problemi igienici che non quelli presunti che potrebbero essere causati da un burkini!

E a questo punto una considerazione è d'obbligo: la religione musulmana ha molte restrizioni ma non poi così tante di più della cattolica. La differenza è che la maggior parte dei cattolici si limitano a ignorare quelle più scomode e a seguire solo quelle che fanno loro comodo — non l'ho detto io ma Benedetto XVI poco dopo essere diventato Papa — mentre la maggior parte dei musulmani sono molto osservanti. Sebbene sulla questione di quale sia l'abbigliamento confacente a una donna ci siano molte scuole di pensiero anche nell'Islam, se quella di coprirsi è una scelta consapevole e non un'imposizione, allora va rispettata. In fondo le donne cattoliche osservanti non hanno spesso l'abitudine di coprirsi il capo in chiesa? Quella del velo sul capo è un'usanza antichissima. Il burkini permette alle donne musulmane di godere del nostro mare o delle strutture pubbliche apposite senza rinunciare a un principio della fede in cui credono: negarglielo vorrebbe dire confinarle di nuove nelle case nel periodo estivo, quando il caldo è soffocante. Le donne della Lega Nord farebbero bene a farsi un'analisi di coscienza a riguardo. L'emancipazione nell'Islam potrebbe passare anche per un burkini, tra l'altro ideato proprio da una donna, una stilista libanese.

Tornando all'ordinanza in questione, è quindi evidente che non ci sono motivi per proibire questo capo di abbigliamento nelle spiagge italiane e tutto sommato neppure nelle piscine. L'affermazione di una madre veronese che il costume in questione spaventerebbe i bambini è ancora un'affermazione strumentale e comunque è una questione di educazione. Sarebbe come a dire che una persona con una deformità, un disabile, non dovrebbe essere ammesso in piscina perché potrebbe traumatizzare le bambine con il suo aspetto. Semmai è compito dei genitori educare i figli al rispetto della diversità, non ostracizzarla!

Ma allora perché di questa come di altre ordinanze che sempre più gli esponenti della Lega Nord emettono o fanno emettere contro usi e costumi diversi dai nostri? La risposta non può essere che una: intolleranza. Se ancora la cosa non vi convince, è sufficiente usare un semplice metodo per verificarlo, quello dei «due pesi, due misure». In pratica, se una legge proibisce a qualcuno quello che permette a un altro, a parità di condizioni, allora è discriminante.

     

Consideriamo il capo di abbigliamento in oggetto, come si vede nella figura a sinistra. Si tratta di un costume da bagno formato da due pezzi, uno che copre le gambe fino alle caviglie e uno che copre la parte superiore del corpo lasciando scoperte solo mani e viso. Consideriamo adesso la figura accanto: si tratta dei più recenti costumi olimpionici usati anche da molti nostri atleti per gareggiare e, ovviamente, allenarsi nelle piscine comunali di molte città italiane, prime fra tutte quelle del nord. Prendete la ragazza al centro, aggiungetele una cuffia, obbligatoria nelle piscine, e ditemi ora quanto questo abbigliamento sia differente dal tanto deplorato burkini. Direi poco o niente. Semmai la tenuta da nuotatrice è più attillata e quindi più provocante, ma per il resto copre la donna esattamente come fa un burkini. Non solo: se le aggiungiamo gli occhialetti abbiamo anche un problema di sicurezza... non si vede più bene il viso! Ridicolo? Non più dell'ordinanza in oggetto. Ed è questo il punto: la misura anti-burkini ignora totalmente altri abbigliamenti da sempre accettati come ad esempio le mute da sub, a destra nella foto. Qualunque critica possa farsi al costume in questione, dovrebbe allora essere applicata anche ai subaquei, ai nuotatori agonisti o a chiunque non si abbigli con un semplice slip, tanga o un bikini. Già un costume intero con cuffia dovrebbe essere proibito, specialmente se la bagnante ha il ciclo e indossa degli short che le coprono le gambe quando fa il bagno, cosa che si vede spesso sulle nostre spiaggie.

In conclusione: l'ordinanza del sindaco Gianluca Buonanno è un provvedimento razzista a tutti gli effetti, che viola l'articolo 3 della nostra Costituzione, quello che afferma che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.»

A questo punto sarebbe un atto dovuto da parte del Presidente della Repubblica, istituzionalmente garante della Costituzione, ricordare a tutti come qualsiasi norma, anche una semplice ordinanza comunale, dovrebbe sempre e comunque attenersi a questo principio di uguaglianza e dignità sociale, così come sarebbe un atto dovuto per il deputato in questione rassegnare le dimissioni sia come sindaco che come parlamentare. Ma sappiano che non succederà. Ormai, da noi, la Costituzione è sempre più carta straccia. Con buona pace di chi ha combattuto ed è morto per portare la democrazia nel nostro Paese.

Pubblicato da: dejudicibus alle 17:50

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martedì, 24 marzo 2009

One shot two kills

That drawing is really disturbing: an armed Palestinian pregnant women caught in the crosshairs of a rifle, with both Hebrew and English caption meaning «One shot, two kills». A T-shirt for infantry snipers bears the inscription «Better use Durex» next to a picture of a dead Palestinian baby, with his weeping mother and a teddy bear beside him. The Lavi battalion produced a shirt featuring a drawing of a soldier next to a young woman with bruises and the slogan «Bet you got raped!» Just few examples of the T-shirt designs made for Israeli soldiers by Adiv, a small T-shirt shop in South Tel-Aviv. Children, dead babies, destroyed mosques, are few other drawings printed on those shameful pieces of clothes.

A spokesman for the Israeli Defence Forces (IDF) explained that the T-shirts were printed on the private initiative of the soldiers and that their designs «are not in accordance with IDF values and are simply tasteless. This type of humour is unacceptable and should be condemned».

It is really difficult to understand how people who experienced the horrors of holocaust might accept such an immoral conduct in their army. But what is really hard to accept is the fact that only few blogs and sites published the report by Haaretz, a Israeli daily newspaper. Most of western media simply ignored that piece of news. Why?

I wrote to few of them, either in Europe and USA, sending them the link to this article. I am waiting for an answer.

Pubblicato da: dejudicibus alle 11:52

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martedì, 03 marzo 2009

Religio Athea

«Dio non esiste»

Provate a dire una cosa del genere e vi guarderanno male. Non i cattolici, non gli islamici e neppure gli ebrei, ma gli altri, quelli che forse all'esistenza di Dio pensano solo quando serve loro qualcosa o sono nei guai, quando soffrono o hanno paura. È una questione di correttezza politica, traducendo alla lettera un concetto di chiara marca anglosassone. Come dire: «A me non interessa, ma tu non lo puoi dire perché offendi chi ci crede». Vero: chi ci crede si offende e di brutto. In certi Paesi affermare una cosa del genere ti può portare in galera. Da noi, al massimo, vieni bollato come un insensibile, comunque censurato.

Proviamo a fare un paio di ragionamenti, tuttavia. Innanzi tutto, cosa significa in effetti che Dio non esiste? Non mi risulta che qualcuno abbia dimostrato scientificamente la non esistenza di un'entità superiore e trascendente, così come non mi risulta che qualcuno abbia dimostrato il contrario, nonostante siano millenni che filosofi, e oggi persino matematici, ci provino. Dunque affermare che Dio non esiste è un atto di fede a tutti gli effetti. Chi non crede in Dio, chi si professa — termine non usato a caso — ateo, non fa né più né meno quello che fa qualsiasi credente, ovvero fa una dichiarazione di fede.

Ma allora le cose cambiano. Se l'essere atei è un atto di fede, allora l'ateismo è a tutti gli effetti una religione e come tale all'ateo deve essere garantita la libertà di culto! E qual è l'essenza della libertà di culto se non poter esprimere apertamente il proprio atto di fede? «Dio non esiste», questo è il dogma centrale dell'ateismo. Affermarlo non è diverso dall'affermare l'esistenza di Dio, di Allah, di Yavhè e perché no, di Mitra e Iside, Siva e Visnù.

«Dio non esiste»: se questo offende i credenti (in uno o più dèi) allora perché «Dio esiste» non dovrebbe essere considerato offensivo per gli atei? Ci sono più credenti che atei — che credenti sono pure loro, tuttavia — mi direte. È forse questo il motivo? Ma la libertà di culto non è questione di numeri e semmai una minoranza religiosa va maggiormente protetta, non ostracizzata. E poi gli atei sono svariati milioni in Italia, più di coloro che credono in Buddha nel nostro Paese e sicuramente di più degli appartenenti, ad esempio, alla religione wiccan, e allora perché non permettere loro di esprimersi liberamente? Di farlo attraverso i giornali, la televisione, la rete, la pubblicità? Forse che le altre religioni non lo fanno?

La questione è semplice: se l'Italia è uno Stato laico e se la libertà di culto esiste davvero da noi, allora l'espressione della propria fede deve essere garantita a tutti, inclusi gli atei. Se a un cristiano, a un islamico, a un ebreo, a un buddista, è permesso esprimere il proprio verbo senza che questo venga considerato automaticamente offesa a chi ha un credo differente, allora ciò deve valere anche per gli atei. Non permetterlo è, a tutti gli effetti, una discriminazione religiosa e viola gli articoli 3 e 8 della nostra Costituzione.

Che ognuno sia allora libero di esprimere pubblicamente la propria fede, ovvero ciò in cui crede o ciò in cui non crede. E che nessuno affermi che tale diritto debba essere negato perché offende quello di qualcun altro. Nessuna religione deve essere privlegiata in uno Stato laico, così come nessuna fede deve essere penalizzata. «Dio non esiste» e «Dio esiste» devono avere quindi pari dignità, altrimenti la presunta libertà di culto è solo ipocrisia.

Pubblicato da: dejudicibus alle 23:34

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venerdì, 06 febbraio 2009

Violenze in Famiglia: quello che l'ISTAT non dice

Violenze in Famiglia: quello che l'ISTAT non dice
di Fabio Nestola

La violenza domestica costituisce una tipologia di reato in costante espansione, complesso da analizzare in quanto la tendenza degli autori a contenere gli episodi entro le mura domestiche incontra frequentemente la connivenza più o meno passiva delle stesse vittime. Siamo pertanto in presenza di un fenomeno sommerso, del quale non è facile tracciare i contorni.

Una conoscenza approfondita del fenomeno nel suo insieme, tuttavia, è essenziale per lo sviluppo delle politiche e dei servizi necessari a contenerlo e possibilmente prevenirlo, a partire dalle campagne di sensibilizzazione fino ad arrivare alle contromisure legislative finalizzate appunto a prevenire e/o contenere la violenza.

Va rilevato come inchieste, sondaggi e ricerche che analizzano la violenza di cui è vittima la figura femminile vengono proposte con continuità a livello istituzionale e mediatico, da diversi decenni. Di contro, non esistono in Italia studi ufficiali a ruoli invertiti; vale a dire approfondimenti sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o ex mariti, partners ed ex partners, parenti a affini di vario grado.

Questa curiosa e pluridecennale lacuna può avere origine da due presupposti:

  1. aggressività e violenza femminile non esistono, oppure
  2. se esistono, sono legittimate, e pertanto non è interesse della collettività studiare alcuna misura di prevenzione e contenimento
  3. .

Entrambi i presupposti sono evidentemente paradossali.

Pubblicato da: dejudicibus alle 21:42

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domenica, 12 ottobre 2008

We are all disabled

On March 2008 I published an article on this blog where I stated that we are all different, and thence that we are all normal, included disabled people, because being different is the normality. If you have not read it, you may want to do it before continuing to read this one.

Now I wish to demonstrate exactly the opposite, that is, that we are all disabled, in some way. The two statements are not in contradiction with each other: they simply demonstrate that the terms "normal" and "disabled" indicate relative concepts.

Let us consider first physical impairment. The woman in the image below, on the left side, is paraplegic from birth. So she is a disabled person. Now, look at the image on the right. Also the man in that image is on a wheelchair, but simply because he broke his left leg. So he is temporarily disabled, but he is experiencing mostly the same difficulties the paraplegic woman lives through from birth.

An accident might put each of us in such a situation. To have some accident is quite frequent in one person's lifetime, so most "normal" individuals have experience of a disabled condition at least once in life. But you do not need to have an accident to know how many obstacles an individual on a wheelchair may experience daily. Have you ever walked with a baby pram in a crowded town? If you go in some suitable place, like a park, no problem, but try to go shopping, cross streets, enter buildings walking with a pram or a stroller. It is a real trial!

Let us consider now sensory impairment. For example, the man on the left image below is blind. He cannot see obstacles, he cannot recognize faces in the distance, he cannot appreciate the beauty of paintings or photographs. Have you ever been in such a situation? Do not respond immediately: just think. Have you ever experienced misty weather, when fog is unbelievably thick? Have you ever searched for a candle in complete and utter darkness during a black-out? Temporary situations, of course, but during those events you was sensory impaired.

Just look at the man in the image below at left. He is fat, really fat. It should be hard for him to move, walk, climb the stair. Probably there are physical activities he will never practice, as running or jumping. Have you ever practiced breath-held diving? Try it in a sea abounding in fish, like Red Sea or in the Maldives. You will feel awkward, a clumsy and goofy animal in comparison with fishes. You will move slowly and react laggingly. You are out of your environment. Under the water you are a disabled animal.

So, there is no body-related disability that cannot be experienced by a "normal" individual at least once in his/her life; probably more than once. But what about cognitive or intellectual impairment? What about mental disorder? We might think that we should rarely experiment such conditions. Well, probably it is true, unless you are a hard drinker or a drug addicted. But even if that is not the case, think. Did you ever undergo a surgical operation? How did you feel when you woke up from anesthesia? Some cognitive impairment is also typical of specific pharmaceutical treatment. For example, several psychopharmacons have impressive side effects on brain.

Anyway there are a lot of people who do not drink hard, take drugs or just psychopharmacons. So what? Well, you do not need to experiment some chemical substance to experience mind-related disabilities. Have you ever been in a foreign country? For example, a place where people speak a language that is completely different from yours, maybe using a different alphabet? You have no way to communicate. You do not understand natives and they do not understand you. Even asking a simple question may represent a problem. "What time is it?" "Can you show me the way?" Trust me: you feel really stupid.

But even if you know more than one language, you might feel embarrassed sometimes. For example, I know some English. When I go to USA for business reasons I always speak English because it is really difficult that someone speak my language. But I am not so fluent in English as I am in Italian, and even if my English is good enough to ask for direction, have a meal in a restaurant, or even have a meeting with American colleagues, I am perfectly aware that I create the impression of an illiterate person. For example, I can hardly understand jokes or follow the lyrics of a song from radio. If people speak too fast, I may miss some part of what they say. When I speak, I realize that I could say it better, especially if the subject is delicate and may give rise to misunderstanding. Even this article is probably full of mistakes, and in any case a good English writer would have written it differently. I write much better in my language, but as an English writer I am probably poorer than an American teen. So, when I write in English, I am a disabled.

Language is only a minor obstacle, however, when you go abroad. You may be taken by surprise because of different customs, conventions, even laws. You can easily get in trouble because of your ignorance. Some usage can be so different that it could be antithetical to your believes and habits. Nevertheless it is not necessary to go abroad to feel uncomfortable. It may happen in your country too when you visit a town you have never been before. You can't get your bearings, for example. In many countries people living in different towns speaks different dialects or have different ways to communicate. What's polite in a place can be offensive in another and this is true for gestures too. Few years ago, two Danish parents, visiting New York, left their young daughter in her stroller outside the Dallas BBQ restaurant in the East Village of New York while they sat inside. This is perfectly common in Denmark, where the crime rate is low. But in New York, where people chain down trash cans if they want to keep them, police were called when worried passersby questioned child safety. So the two parents were arrested and jailed for two nights. For the American judge they were bad parents, but they were not: they simply were used to a different behavior perfectly safe in their own country.

So, the conclusion is that we all are disabled in specific situations. Some people is disabled for the whole lifetime, others experience impairments for a limited amount of time or only under specific circumstances, but soon or later each of us will live through the disability. Think about next time you will meet a so-called "disabled" person.

Pubblicato da: dejudicibus alle 23:49

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