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In questi ultimi mesi questo blog ha pubblicato alcuni articoli di autori favorevoli all'ipotesi che il Riscaldamento Globale (RG) abbia un contributo antropico, ovvero causato da attività umane e quindi più o meno favorevoli anche al Protocollo di Kyoto (PdK). Adesso, per par condicio, pubblichiamo un articolo di opposto parere. L'articolo, scritto dal Prof. Uberto Crescenti del «Dipartimento di Geotecnologie per l'Ambiente ed il Territorio» dell'Università «G. d'Annunzio» di Chieti, è stato suddiviso in quattro parti a causa della sua lunghezza. Ogni parte è orientata a un tema specifico, ovvero la prima si occupa del riscaldamento globale in sè, la seconda dell'eventuale contributo antropico al fenomeno, la terza di come la geologia può aiutare a comprendere lo stesso e la quarta si interroga sull'utilità o meno del Protocollo di Kyoto.
Sul Riscaldamento Globale del pianeta Terra - Parte 3
di Uberto Crescenti
Vediamo ora quale può essere il contributo delle scienze geologiche per la valutazione dei cambiamenti climatici.
Finora abbiamo cercato di rispondere alla domanda «È vero che il RG ha un'origine antropogenica?» attraverso gli studi di numerosi specialisti di varie discipline, geofisici, fisici, astronomi, agronomi, ecc. Il clima, infatti, si presta ad essere studiato da varie angolazioni disciplinari. Tutte le discipline ricordate però, non possono indagare nel passato del nostro Pianeta oltre qualche migliaio di anni, fornendo dati importanti sul relativo comportamento climatico. Se però vogliamo avere un quadro più ampio di questa storia climatica, l'unica scienza che consente di indagare nel passato del nostro Pianeta ben oltre il migliaio di anni fino alle centinaia di milioni di anni, è la scienza geologica.
E questo è utile perché lo studio del passato, o meglio la conoscenza delle variazioni climatiche del passato, possono aiutarci a fare proiezioni future.
Come noto, le scienze geologiche, ed in particolare la Geologia e la Paleontologia, sono infatti scienze che consentono di indagare sulla storia del nostro Pianeta. Consentono cioè di ricostruire la geografia del passato, le sue modificazioni, la sua evoluzione, permettendo così di conoscere abbastanza nei dettagli “l'Organismo-Terra” su cui viviamo. Tutto questo è possibile dalla lettura della immensa biblioteca che la Natura mette a nostra disposizione, in cui la Terra ha scritto la propria storia in un libro grandioso. Questo libro è costituito dalle immense successioni di rocce stratificate; ogni strato è una pagina del grande libro della Natura, un vero e proprio grandioso archivio naturale. I geologi hanno fatto fatica a comprendere la scrittura della Natura, a leggere e ricostruire la storia della Terra. Tuttora, pur avendo le scienze geologiche fatto innumerevoli progressi per capire i “geroglifici” tramandati dalla Natura, ci sono in atto ricerche molto sofisticate per capire ogni dettaglio della storia del passato.
Questa capacità di lettura ha spinto i geologi, sin dall'800, a tentare di avere informazioni anche sulle eventuali modificazioni climatiche avvenute nel nostro Pianeta.
In questi ultimi mesi questo blog ha pubblicato alcuni articoli di autori favorevoli all'ipotesi che il Riscaldamento Globale (RG) abbia un contributo antropico, ovvero causato da attività umane e quindi più o meno favorevoli anche al Protocollo di Kyoto (PdK). Adesso, per par condicio, pubblichiamo un articolo di opposto parere. L'articolo, scritto dal Prof. Uberto Crescenti del «Dipartimento di Geotecnologie per l'Ambiente ed il Territorio» dell'Università «G. d'Annunzio» di Chieti, è stato suddiviso in quattro parti a causa della sua lunghezza. Ogni parte è orientata a un tema specifico, ovvero la prima si occupa del riscaldamento globale in sè, la seconda dell'eventuale contributo antropico al fenomeno, la terza di come la geologia può aiutare a comprendere lo stesso e la quarta si interroga sull'utilità o meno del Protocollo di Kyoto.
Sul Riscaldamento Globale del pianeta Terra - Parte 2
di Uberto Crescenti
È vero che il Riscaldamento Globale è dovuto all'attività dell'uomo, cioè è di origine antropogenica?
Anche questo quesito trova la Scienza divisa su due posizioni contrastanti. Non è affatto vero, come potremmo dedurre dalle informazione dei mass-media, che sono tutti d'accordo nell'attribuire all'Uomo la colpa del RG.
Secondo l'IPCC (Comitato Internazionale sui Cambiamenti Climatici) delle Nazioni Unite, che comprende scienziati di 100 Paesi, il riscaldamento globale previsto per questo secolo è dovuto alla immissione in atmosfera di gas serra di origine antropogenica, soprattutto di CO2. MARIANI (2008) chiarisce molto bene il ruolo della CO2 rispetto agli altri gas serra, pervenendo a conclusioni contro corrente rispetto ai convincimenti più diffusi. In merito si veda anche SINGER (2008, pp. 57-68).
Secondo l'IPCC, l'aumento di temperatura nel corso del III millennio potrebbe oscillare da 1,4 a 5,8 °C, quello del livello del mare da 9 a 90 cm, senza poter escludere valori maggiori. A questi risultati si arriva attraverso modelli matematici. Ma questi modelli matematici per le previsioni del clima sono davvero attendibili?
In questi ultimi mesi questo blog ha pubblicato alcuni articoli di autori favorevoli all'ipotesi che il Riscaldamento Globale (RG) abbia un contributo antropico, ovvero causato da attività umane e quindi più o meno favorevoli anche al Protocollo di Kyoto (PdK). Adesso, per par condicio, pubblichiamo un articolo di diverso parere. L'articolo, scritto dal Prof. Uberto Crescenti del «Dipartimento di Geotecnologie per l'Ambiente ed il Territorio» dell'Università «G. d'Annunzio» di Chieti, è stato suddiviso in quattro parti a causa della sua lunghezza. Ogni parte è orientata a un tema specifico, ovvero la prima si occupa del riscaldamento globale in sè, la seconda dell'eventuale contributo antropico al fenomeno, la terza di come la geologia può aiutare a comprendere lo stesso e la quarta si interroga sull'utilità o meno del Protocollo di Kyoto.
Sul Riscaldamento Globale del pianeta Terra - Parte 1
di Uberto Crescenti
È frequente leggere o ascoltare dai mass media frasi come questa: «Ormai sono tutti d'accordo che stiamo assistendo a un riscaldamento globale (RG) del nostro Pianeta dovuto alla immissione in atmosfera dei cosiddetti gas serra, soprattutto anidride carbonica, da parte dell'Uomo». Si attribuisce cioè all'attività dell'Uomo il RG. Da questi convincimenti nasce il famoso Protocollo di Kyoto (PdK), che mira a ridurre almeno del 5% l'immissione di anidride carbonica in atmosfera tra il 2008 e il 2012, protocollo firmato da oltre 150 Paesi tra cui il nostro. Non vi hanno aderito invece gli Stati Uniti, il Canada, la Cina e l'India, ossia un insieme di stati che producono oltre il 50% di anidride carbonica, ma che sono destinati ad aumentare tale contributo (soprattutto Cina ed India).
A questo punto dobbiamo porci alcuni interrogativi: è vero che esiste il RG, è vero che il RG è dovuto all'Uomo, è vero che il PdK è utile per contrastare il RG? Le risposte non sono semplici e l'affermazione che sono tutti d'accordo nel ritenere che il RG è colpa dell'Uomo non corrisponde assolutamente a verità.
Dopo un esame abbastanza approfondito dell'argomento sulla base di dati forniti da varie discipline, ma soprattutto dalle scienze geologiche, si arriva alla conclusione che il RG cui stiamo assistendo è un fatto naturale, in cui le responsabilità dell'Uomo sono nulle o di poco conto, e che quindi il PdK non ha basi scientifiche di assoluta certezza e se attuato non fornisce alcuna garanzia di risultati probanti.
A volte sento il bisogno di dire alcune cose, cose che molti trovano politicamente scorrette, cose che generano polemiche e incomprensioni, rabbia e insulti, cose che vanno davvero controcorrente ma non perché legate a ideologie storicamente riformiste o radicali, ma semplicemente perché nessun altro le dice, o almeno non le scrive. Eppure sento che certe cose vadano dette, proprio perché a nessuno piace sentirle, perché danno fastidio, perché sanno di cattiveria e di cinismo. Perché lo faccio? Perché sono semi, e come molti semi, piccoli, brutti, senza alcun fascino, possono generare stupende piante e fiori meravigliosi, ovvero momenti di consapevolezza dei nostri limiti, dei nostri difetti, e quindi opportunità per migliorare. Almeno questo credo. Forse sbaglio, ma il mio è un elogio alla pazzia, perché è l'unica realtà in cui riesco a riconoscermi.
Vi voglio parlare di persone, e di cose, e di eventi, e infine di responsabilità. Responsabilità di quelle persone nei confronti di quelle cose e di quegli eventi, cose ed eventi che fanno o che possono far parte del nostro quotidiano, ma che tendiamo ad ignorare finché non ci cadono addosso, e ci schiacciano, e ci uccidono. Allora se ne parla, ma per poco...
Poche settimane fa il terremoto in Abruzzo: case crollate sulle persone, persone schiacciate dal cemento, dolore e rabbia e tante, tante polemiche. Giuste, giustissime. Quello si è fatto, quell'altro non si è fatto: fuori i colpevoli! Quali? Ovviamente chi deve decidere: amministratori comunali, magistrati, costruttori, ingegneri, periti, politici e ministri. Facile. Facile perché lo sono, colpevoli; facile perché lo erano, responsabili. Troppo facile.
Voglio parlarvi di persone: quelle che vivono a ridosso del Vesuvio, alcune a meno di otto chilometri dal cratere principale. Nel 1944 il Vesuvio tossì, e lo fece fino a 50 chilometri di distanza. Fu solo un colpo di tosse, non come quella tragica notte in cui i flussi piroclastici scolpirono nella cenere le sofferenze degli abitanti di Pompei. Intorno al Vesuvio c'è circa mezzo milione di persone, proprio a ridosso, sulle pendici, ai piedi, a un tiro di scoppio. Troppe per evacuarle, sempre che ci siano le avvisaglie per farlo, sempre che qualcuno creda agli allarmi, sempre che il vulcano dia loro il tempo di scappare. Moriranno. A migliaia, a decine di migliaia, forse di più. Non "forse": al massimo "quando". Ma anche lì, è solo questione di tempo, e non stiamo parlando di secoli.
Voglio parlarvi di persone, che hanno costruito la loro casa con le mani ricoperte di malta e i risparmi che sanno di cipolla e passata di pomodoro, nel profondo sud di un Paese che ormai il sole lo vede a singhiozzo, tra uno scroscio di pioggia e un altro. Nessun piano regolatore, tutto abusivo, ma sono povera gente. Cosa volete, in fondo? Fan ben di peggio quelli che i soldi li hanno, e a palate. Hanno costruito dove hanno potuto, o forse dove hanno voluto. Bravi muratori, pessimi ingegneri. E poi si deve risparmiare. Finiranno nel fango, e non è una metafora: è fango vero, lavato via dalle pioggie, non trattenuto dai fantasmi degli alberi tagliati, sradicati, uccisi uno alla volta, sentinelle silenziose che presidiavano le nostre terre, e trattenevano quest'ultima nella sua rabbia melmosa. O sarà il fango delle esondazioni, perché i fiumi si agitano, si muovono, devono sciogliersi come bestie al sole che stirano i muscoli. Non puoi tener fermo un fiume. Puoi provare a legarlo, imbrigliarlo, ma prima o poi ti fuggirà dalle dita e si aprirà in un abbraccio freddo che porterà via uomini e bestie verso il mare.
E volevo parlarvi della terra che si agita e si muove, perché tutto il nostro Paese si agita e si muove, e viene scosso da brividi e scatti d'ira improvvisa. Tutto. Ogni giorno. Ogni ora. Piccoli sussulti, qualcuno più forte, qualcun altro più prolungato. E non si può sapere quando si spaccherà la terra, e comunque saperlo serve a poco perché la terra si spacca comunque. E allora bisognerebbe costruire bene, costruire case solide ma capaci di danzare sulle punte al minimo sussulto, case che sappiano vivere con la terra e della terra non debbano aver paura. Ma le nostre non lo sono. La maggior parte, almeno, e lo sappiamo bene. Tutti lo sappiamo bene. Chi le ha fatte ma anche chi ci vive. Perché fare bene le cose costa, non solo denaro che forse è il meno e si potrebbe risparmiare a far davvero bene, ma fatica: la fatica di pensare che può toccare anche a noi, che può succedere anche domani. E gli impianti non sono a norma, e lo sappiamo. E le strutture non sono antisismiche, e lo sappiamo. Quello che non sappiamo e che non insegnamo, è cosa fare se succede. Come comportarci, come salvarsi. Troppa fatica. Esercitazioni nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici? Chi le vuole fare?
La verità, quella che non si vuole dire, che non vogliamo dire a noi stessi, è che ogni morte, ogni crollo, ogni danno, non è responsabilità solo di questo o di quello, ma di ognuno di noi, primi fra tutti coloro che hanno fatto del lanciar pietre una professione. Qualcuno disse: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Ancora oggi queste parole non sono ancora state davvero comprese. Qualcuno disse ancora: «Togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall`occhio del tuo fratello». Neppure queste sono state comprese. Capiamo le parole senza comprendere la frase, senza capire che sono state dette per noi, perché è a tutti noi che si applicano. Uomo o Dio, saggio o folle, chi fosse chi le disse poco importa: sono parole che ci lasciano nudi di fronte a una verità che ci ostiniamo a far valere sempre o solo per gli altri. Noi siamo i puri, siamo i buoni, siamo i onesti. Noi siamo quelli che scagliano le pietre.
Sono un mostro, lo so. Sto dicendo che parte della colpa per chi muore è di chi è morto. Sto dicendo che l'operaio che muore sul lavoro condivide in parte quella colpa con l'imprenditore che non ha adottato le misure di sicurezza previste, che l'uomo o la donna schiacciati dalle macerie sono in parte responsabili come chi quella casa ha costruito, che coloro che moriranno domani, e fra un anno, e fra dieci anni sotto la neve o il fango, fra le fiamme di un incendio o sotto le travi di una casa, annegati dall'acqua melmosa o con i polmoni bruciati dalla cenere rovente, hanno la loro parte di responsabilità. Ma magari non lo sapevano, magari ignoravano il pericolo, direte voi. Qualcuno almeno, se non i più. Vero, ma non è forse anche l'ignoranza una colpa?
E allora cosa dovremmo fare? Perdonare i criminali che costruiscono castelli di carta dove la terra trema? Giustificare coloro che dovrebbero assicurarsi che ogni cosa sia fatta a regola d'arte, che tutte le misure di prevenzione siano state prese nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici, persino nelle singole case? Che non si costruisca dove non si deve, che non si viva dove non è sicuro, che non si lavori come non è corretto fare? No, certo che no. Essere correi non diminuisce certo la gravità del crimine, né giustifica chi lo ha commesso. Ma ammettere che ognuno di noi ha una sua parte di colpa — tutti, ma intendo davvero tutti, anche tu! — vuol dire comprendere che ognuno di noi ha una parte di responsabilità, e dato che di case edificate dove non devono essere edificate e in un modo che non dovrebbe essere utilizzato e con materiali che non dovrebbero essere usati ce ne sono a milioni in questo Paese, dato che aspettano solo il prossimo evento per aggiungere altri nomi alla lunga lista di morti per cataclismi naturali, incidenti, disgrazie sul lavoro e fra le mura domestiche, allora forse qualcosa da fare ce l'avremmo anche, se avremo l'onestà di smettere di lanciare pietre e usarle piuttosto per costruire un Paese migliore.
Vi segnalo un interessante articolo di Luca Spinelli intitolato L'arte italiana scompare dalla Rete, pubblicato alcuni giorni fa su Punto Informatico.
Spinelli punta il dito sul Decreto Legislativo denominato «Codice dei beni culturali e del paesaggio» o, più brevemente, Codice Urbani dal nome dell'ex-ministro ai Beni Culturali. Questo decreto regola tutte le opere gestite dagli enti pubblici italiani e prevede fra l'altro il divieto assoluto di fotografare le suddette opere in mancanza di autorizzazione da parte dell'ente che le gestisce. Per opere, tuttavia, non si intendono solo quadri, sculture e altre opere d'arte presenti in musei e pinacoteche, ma anche statue e monumenti che caratterizzano il panorama di tutte le regioni italiane.
In particolare, il sottosegretario ai Beni Culturali Andrea Marcucci ha affermato che da noi la cosiddetta Libertà di Panorama non esiste. E non parliamo solo di foto ad uso commerciale, il che potrebbe anche avere un senso, ma qualsiasi immagine ripresa per qualsiasi motivo, anche ad uso personale. Pubblicare queste foto in rete è quindi tecnicamente un reato. Se si pensa a quanti album di viaggi e foto personali oggi sono presenti in Internet, c'è da rimanere perplessi. Al di là comunque dell'aspetto specifico, questo decreto rischia di diventare un boomerang per il nostro Paese, dato che sta facendo sparire da molti siti le immagini dell'Italia più bella, quella dei monumenti, dei paesaggi, dell'architettura e dell'arte. Purtroppo, come giustamente fa notare Spinelli, la maggior parte dei nostri politici sono analfabeti informatici, incapaci di comprendere gli aspetti più fondamentali della nuova era digitale, figuriamoci comprendere quella liberalizzazione dei dati, immagini incluse, che l'introduzione del Web 2.0 sta portando nel mondo, come afferma Tim O'Reilly in un suo famoso articolo.
Purtroppo questo Paese sta andando sempre peggio e gli italiani ne sono pienamente consapevoli nonostante i politici attualmente al potere si affannino ad affermare il contrario. Ormai sempre più persone si son rese conto che il problema non è scegliere fra centrodestra e centrosinistra, ma cambiare radicalmente la classe dirigente, non solo quella politica, ma anche buona parte di quella imprenditoriale. Negli altri Paesi non si sa più se ridere o piangere quando guardano a quello che sta succedendo da noi, perché alla fin fine l'Italia è amata nel mondo da molte più persone di quanto si possa credere, nonostante le critiche feroci che spesso ci attiriamo. In fondo ogni Paese ha i suoi difetti, ma quello nostro è un vero e proprio declino, un tramonto che fa tanto più rabbia quanto più si è consapevoli del potenziale e dei beni che nonostante tutto abbiamo.
ALBUM 2008

È notizia di questi giorni che i parlamentari Merlo (Margherita), vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai, Migliore (Rifondazione Comunista), De Petris (Verdi) e Montino (Ds) abbiano chiesto al Consiglio di Amministrazione della RAI di «Verificare se ci sono gli estremi per vilipendio alle istituzioni» a seguito della trasmissione da parte del TG2 di un video rap che sta spopolando in rete.
Secondo i parlamentari di cui sopra
«È gravissimo che un telegiornale del servizio pubblico, in una delle edizioni di punta della sua programmazione, abbia dato spazio a un video del genere. Sarebbe stato piacevole e gradevole vederlo in una trasmissione di satira, ma certamente non nell'ufficialità e autorevolezza che è propria di un tg Rai. Non è accettabile che di alcune delle maggiori cariche della Repubblica, dal premier al vicepremier al presidente della Camera, come anche dell'Aula parlamentare, sia stata data un'immagine comica che nulla aveva a che vedere con un momento come quello del dibattito parlamentare su Telecom, dall'alto valore politico e istituzionale».
Davanti a queste proteste da parte dell'Unione si rimane veramente perplessi, soprattutto considerando l'enorme quantità di battute, barzellette, scenette e affermazioni più o meno ironiche e satiriche che si sono abbattute su Berlusconi durante il suo periodo di Presidenza al Consiglio dei Ministri, tutti eventi dei quali è stata data ampiamente notizia sia nei telegiornali, sia nei vari dibattiti che ci sono stati tanto sui canali RAI che su quelli Mediaset. Non si vede in cosa differisca dunque il video in questione, la cui diffusione in rete è stata tale da meritare giustamente una segnalazione sul TG2. D'altra parte, non fu lo stesso per il famoso video satirico su Osama bin Laden «Tu vuo' fa' 'o talebano» in versione karaoke di My Tv con Gino il Pollo?
La satira politica è un segno di civiltà e democrazia. Non accettarla, o peggio ancora, accettarla solo se a senso unico, è un preoccupante segnale di intolleranza e discriminazione che va condannato senza mezzi termini. Qui non è un problema di destra o sinistra, ma di libertà di espressione. Chi nell'Unione non lo capisce, forse dell'Unione non dovrebbe far parte.